
Più un supereroe è in difficoltà fisica e/o emotiva più l’empatia con lo spettatore aumenta, rispettando quella sensazione che vuole la sofferenza come un sentimento condiviso e estremamente vicino.
Con l’avvento di Iron Man (Robert Downey Jr.) il mondo ha raggiunto un equilibrio di pace fino a poco tempo prima impensabile dovuto, però, più dalla consapevolezza di inferiorità e di paura nei sui confronti che di una vera convinzione della sua necessità.
La corsa degli armamenti, infatti, è più attiva che mai soprattutto in tutti i paesi lontani e storicamente nemici degli Stati Uniti.
La conferenza stampa nella quale Tony Stark dichiara la sua doppia identità è stata trasmessa ovunque, compresa in Russia dove vive Ivan Vancho (Mickey Rourke), figlio di Anton Vancho, vecchio socio del padre di Tony Stark, Howard. Il giovane è cresciuto con la sete e la voglia di vendicarsi della famiglia Stark, rea a suo avviso, di aver distrutto decine di famiglie per il proprio personale tornaconto.
Iron Man 2 ha una struttura narrativa e un’evoluzione emotiva completamente differente rispetto al primo film tanto da far dubitare fortemente, per lunghi tratti, che il regista sia lo stesso. Jon Favreau, invece, ha dimostrato ancora una volta la sua versatilità riuscendo a modellare la sua regia a seconda del cuore e del fine della storia.
Questo secondo capitolo è più arioso rispetto al precedente, vengono, infatti, inseriti tutta una serie di elementi che danno subito l’impressione di un discorso più ampio rispetto al particolare che si sta guardando. Questo però, ed è questa a mio parere la bellezza, non mina la vicenda in quanto tale ma anzi gli da una connotazione superiore, quasi come un tassello indispensabile di un mosaico complesso.
Elemento di continuità è la nuova sfida con la morte e la sopravvivenza del suo protagonista, seppur in condizioni e modalità totalmente differenti. Il paradosso è che quello che lo ha salvato ora lo sta uccidendo quasi a simboleggiare come anche la tecnologia abbia bisogno di qualcosa di unico su cui trovare il suo fondamento. E la salvezza arriva dal passato, dalle radici che ha sempre creduto di non avere nell’erronea convinzione di essere stato perennemente considerato come un problema da allontanare in nome del progresso e dell’evoluzione.
Il film si sviluppa su due percorsi narrativi simmetrici ma che hanno la necessità di fondersi per trovare la loro corretta definizione: l’importanza del passato e della sua corretta lettura e il nuovo inferno di Tony Stark che lo porta a perdersi di nuovo per poi ritrovarsi. Il suo Iron Man è come se avesse le stigmate della Fenice, intesa come la caratteristica di ritrovare forma, motivazione e forza dalle sue ceneri. Le sue debolezze, riprendendo quanto detto in premessa, diventano ogni volta la sua forza e la sua ritrovata umanità l’anello di congiunzione tra il cuore sintetico e i principi da proteggere e difendere. Nel momento di massima disperazione, quando tutto sembrava sfuggirgli di mano, è riuscito, infatti, ad avere la lucidità di non portare giù con sé la persona che sente più vicina e alla quale ha donato e donerebbe tutto. Un egoismo d’amore sfociato poi in un’unione naturale quanto indispensabile e necessaria.
Il passato dicevamo, inteso come quella motivazione che ci fa agire in un modo rispetto ad un altro. Su di esso pesa la valutazione che ognuno di noi gli da legata, a volte, a sensazioni non corrispondenti al reale andamento dei fatti. Nel caso specifico, l’eroe e l’antieroe (Mickey Rourke) partono entrambi da una percezione sbagliata degli avvenimenti passati ma mentre il primo riesce a redimersi ritrovando nelle sue origini la strada verso la salvezza, il secondo viene inghiottito nel suo vortice di odio e oscurità. D’altronde questa dicotomia è uno dei leitmotiv dei film del genere, il modo migliore per esaltare la parte buona nella quale identificarsi e idealizzarsi.
L’ampiezza di narrazione di cui si è detto, è in gran parte dovuta dall’entrata in scena di personaggi cardine dell’universo Marvel quali Natasha Romanoff (Scarlett Johansson) e Nick Fury (Samuel L. Jackson) che hanno di fatto, oltre a aprire il mondo Iron Man a un’infinità di opportunità, arricchito di personalità interpretativa l’intero film. La loro prova solida, insieme a quella delicata e aggiungerei necessaria di Gwyneth Paltrow, è stata perfetta e soprattutto funzionale per supportare lo straordinario, ancora una volta, Robert Downey Jr.. Il modo con cui si districa in questo personaggio è sconvolgente, quasi fosse un documentario che ritrae se stesso in una normale e comune giornata. Non mi ha invece convinto Mickey Rourke, non ha trasmesso la vera motivazione del suo agire, la follia è sembrata forzata e per questo non comprensibile sino in fondo.
Rispetto al primo capitolo questo secondo è meno riflessivo, le scene introspettive si alternano con quelle di pura azione senza per questo, comunque, sminuirne la portata. Il cuore esce comunque e anzi, trova una dimensione a tratti, più ampia proprio per la spettacolarizzazione di alcune scene che alzano il livello di attenzione. Rimane inalterata la meravigliosa armonia tra lo smisurato ego del protagonista e il suo essere emblema della giustizia quale congiunzione di un’anima complessa e per questo percepita vicina. D’altronde Iron Man è nato e si sviluppa sui paradossi e sulle contraddizioni ed è a loro che, a mio avviso, deve il suo successo insieme alla sua capacità di essere uomo e eroe nello stesso momento.
Jonhdoe1978
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