
L’ uscita nelle sale di un film di Quentin Tarantino è da considerarsi, ogni volta, un vero e proprio evento.
Il discorso non è strettamente legato ai numeri (perché per un cinefilo appassionato come lui nove film in un trentennio non possono bastare), ma è allargato a tutta una serie di emozioni che si provano durante l’ annuncio, la propaganda, l’ attesa ed infine entrando in sala e mettendosi comodi alla propria poltrona.
Con Inglourious Basterds (Volutamente storpiato con la “E” poiché il film da cui Tarantino ha preso spunto, Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, era stato distribuito negli U.S.A. proprio con il titolo Inglourious Bastards) il regista riprende fra le mani il tema della “Vendetta” affrontato con Kill Bill, ma questa volta punta sulla massima posta in gioco: riscrive la storia e si vendica di Hitler e dei nazisti.
La pellicola riesce nel suo obiettivo, tenendo sempre ben in presente il modo ironico e dissacrante che ha Tarantino di raccontare le sue storie, in un’ equilibrata apoteosi di tutti i marchi di fabbrica del regista: colonna sonora, divisione in capitoli, citazioni a Sergio Leone ed Ennio Morricone e al cinema italiano e francese, fiumi di dialoghi su situazioni quotidiane, versatilità stilistica, ritmo, attori straordinari che regalano straordinarie interpretazioni e l’ immancabile tocco “Feticista”.
Il cinema di Tarantino è contagioso. Un virus che, come l’ influenza stagionale, continua a mutare di volta in volta ogni volta che si ripresenta…ed è proprio questa la sua vera forza. In un periodo in cui le idee scarseggiano e tutti (tranne pochissimi eletti) giocano la propria mano fino alla fine solo se hanno carte vincenti, Tarantino cambia carte…bluffa…va in All In, pur pescando a grandi mani riferimenti dai grandi del passato: smonta, rimonta, scompone…gioca.
I cinque capitoli di Bastardi senza gloria, pur seguendo una linea precisa e dettagliata, si distinguono uno dall’ altro per stile e utilizzo delle tecniche cinematografiche, riuscendo nel miracolo di cambiare epilogo ad uno degli avvenimenti più tragici della nostra storia, trasformando la teoria in divertimento. Tutto grazie al cinema…che in questo film è ovunque: è l’ arma più potente di propaganda nazista attraverso il film “Orgoglio della nazione” del signore delle arti del Terzo Reich Joseph Goebbels (Sylvester Groth) e del soldato di prima classe/attore Frederick Zoller (Daniel Brühl); è il simbolo della rinascita di Shosanna (Mélanie Laurent), dopo la drammatica fuga dalla Francia; è il lasciapassare per la riservatissima première, senza l’ invito dell’ attrice Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger) il piano del tenente Aldo Raine (Brad Pitt) e dei suoi “Bastardi” non potrebbe andare in porto; è il luogo dove Adolf Hitler (Martin Wuttke) troverà la morte insieme a centinaia di nazisti e sarà una quintalata di pellicola in cellulosa a dare il via all’ inferno di fuoco finale, con tanto di proiezione sul grande schermo.
Ogni capitolo meriterebbe una menzione a sé, ma solo due di questi (secondo me) spiccano sugli altri: Il I° ed il IV° capitolo.
Nel primo capitolo ruota tutto sul dialogo più intenso di tutto il film, quello fra il tirannico e poliglotta colonnello Hans Landa (Christoph Waltz) e dell’ umile e spaventato contadino Monsieur LaPadite (Denis Ménochet), uno scontro titanico tra due uomini appartenenti a realtà distantissime che ci lega da subito alla poltrona, in un magistrale crescendo di palpabile nervosismo fino all’ esplosione della mitragliata finale, sapientemente accompagnata da una perfetta colonna sonora. Questo è anche l’ unico capitolo ad essere maggiormente focalizzato sui reali accadimenti storici e di quello che deve essere stato vivere sotto il regime nazista, per questo anche quello meno scanzonato.
Nel quarto capitolo, invece, si rivive la preoccupazione che precede l’ azione infuocata e le traiettorie imprevedibili già viste ne Le Iene e tutta la seconda parte di Kill Bill. Si parte come sempre da un luogo che dovrebbe essere sicuro, ma che da già puzza di bruciato e che si rivela la peggiore scelta per i protagonisti. Da una piccola disattenzione del tenente Archie Hicox (Michael Fassbender), fatta ordinando “Three Glasses” in modo decisamente troppo americano, qualcosa non torna agli occhi dello spietato maggiore Dieter Hellstrom (August Diehl) e ci si ritrova in un magnifico “Stallo alla Messicana” che terminerà in una danza di proiettili e genitali saltati per aria.
Per chi ama Tarantino (e di conseguenza ama il cinema) è quasi impossibile starsene lì seduti, buoni ed abbandonarsi al semplice ruolo di spettatore, senza provare a catturare riferimenti e citazioni…ma per questa volta sarebbe davvero il caso di farlo: godersi questo piccolo gioiellino ed arrivare a sentirsi soddisfatti al suono della diabolica risata di Shosanna, mentre cinema e nazisti bruciano fra le urla e tirare su un lato delle labbra in una smorfia di approvazione, guardando la faccia di Hitler (già morto) deformarsi sotto la scarica di proiettili del sergente Donnie Donowitz (Eli Roth)…l’ ultima vittima dell’ Orso Ebreo.
Alessandrocon2esse























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