
Se si pensa a Stanley Kubrick, la mente non può non andare verso i film che lo hanno reso immortale. Prima però dei vari 2001: Odissea nello Spazio, Arancia Meccanica, The Shining, Lolita, Il dottor Stranamore e Full Metal Jacket, tanto per fare qualche nome, ci sono stati altri film, che potremmo ridurre ai primi tre, che anche se poi non sono diventati dei punti fermi dell’immaginario collettivo, sono stati, dal mio punto di vista, importanti per il suo percorso di stile e dialogo.
Rientra in questo piccolo schema, Il bacio dell’assassino, secondo lungometraggio di Kubrick e ultimo, dopo Paura e desiderio, con tema gangster/noir. Da qui in poi, infatti, il regista inizierà il suo percorso di cambiamento continuo diventando (ci sono veri e proprio studi su questo) uno dei più poliedrici autori di cinema della storia. Devo dire che in parte questa cosa si può definire come un peccato: il film in questione, come quello precedente, vede evidentemente un Kubrick in divenire e con le ali, soprattutto per i mezzi, tarpate. Di conseguenza la domanda su cosa avrebbe potuto creare su questo genere con la maturità, la capacità e libertà avuta successivamente è una domanda che indubbiamente rimane.
Togliendoci dai se, l’impressione che perennemente mi ha dato questo film, sin dalla prima volta che l’ho visto, è di un enorme compromesso. Si vede lontano un miglio, nonostante alcuni espedienti molto ben pensati, che molte cose sono arrangiate e/o adattate più alle esigenze che alle idee. Si è cercato di sopperire a queste indubbie limitazioni con la sperimentazione visiva, ma non sempre ci si è riusciti e la cosa è abbastanza evidente. Ma la cosa che più di tutte stride rispetto a ogni altro suo lavoro (cosa accaduta anche e solo con, appunto, Paura e desiderio) è che questo film sente il peso di tutti i suoi anni e non da oggi. Tanto per fare un esempio, a differenza di quasi tutte le opere di Hitchcock, anche temporalmente antecedenti e a cui oggettivamente questo film fa pensare, si percepisce che si tratta di una storia “lontana”. E non tanto per il messaggio, evidentemente eterno e assolutamente condivisibile, ma per la fluidità del racconto esageratamente, e molto di più dello stile registico del periodo, scandito. Non hanno di certo aiutato l’utilizzo di attori non proprio professionisti (l’unico era Frank Silvera), ma questo rientra nel discorso dei pochi mezzi economici a disposizione parzialmente anticipato prima. La coperta era evidentemente corta e si è cercato di mantenere il budget un po’ ovunque, attori compresi. Non dico che sfigurino, ma di certo non sono profili (e mai lo saranno) che da soli riescono a reggere un attimo o un sentimento. La scintilla dell’amore e della passione presente nel film (attenzione non sempre) è opera quasi del tutto della costruzione di Kubrick e non perché i protagonisti te lo regalino.
Molto diverso il tenore registico del film e soprattutto, il taglio scenico. In mezzo a tante critiche che il film all’epoca ricevette (molte delle quali attinenti più al Kubrick regista in genere, le stesse persone continueranno a criticarlo anche nei progetti seguenti), tutti furono concordi che l’ambientazione (testuale: un po’ alla Gothan) fosse riuscita li dove la sceneggiatura falli. Ecco, non credo che tale definizione sia del tutto corretta, in ogni caso avrei detto sceneggiatura/interpretazione, ma di certo la rappresentazione visiva dei luoghi, in particolare l’accentuazione del nero per evidenziare la notte, è la nota più potente e caratteristica del film.
Pur comprendendo l’esigenza di non poter dilungarsi troppo, la scena finale è molto ben costruita ma anche troppo dispendiosa per il progetto in se (basti pensare che costò 15 dei 71 mila dollari complessivi), i 64 minuti di durata li ho trovati veramente pochi (peraltro anche Paura e desiderio aveva la stessa lunghezza), se non altro perché c’erano i margini per articolare ancora qualcosina, soprattutto, come costruzione del rapporto tra i protagonisti (anche se poi il soggetto era l’amore istintivo e travolgente). Anche gli ultimi istanti, seppur non propriamente scelti da Kubrick (ne avevano girate addirittura 10 di finali alternativi, poi la casa di produzione ha quasi imposto il lieto fine), è troppo stringata per giocare con i sentimenti e quindi con la vera motivazione di tutto il progetto. Essi (gli ultimi secondi) avrebbero dovuto essere il perfetto contrasto tra irrequietezza, giustizia/ingiustizia, speranze e seconde possibilità, invece, quello che concede è solo un piccolissimo mix di tutte queste cose (e non credo che questo fosse il vero intento del regista).
Di solito sono sempre pronto a suggerire la visione di film di vecchia data, anche di molti anni fa. Questa volta sono un pizzico più restio e questo perché credo, cosa peraltro mai più avvenuta con Kubrick da Orizzonti di Gloria in poi, che Il bacio dell’assassino, oggi come oggi, sia un prodotto solo per amatori e/o studiosi del cinema. Il tema non era rivoluzionario e la costruzione è senza dubbio frenata e, come detto, esageratamente didascalica. Certo, se poi paragonata ai progetti del periodo siamo evidentemente su un buon livello, di manico registico soprattutto, ma comunque abbastanza lontani dall’unicità successiva e dalla sperimentazione cosciente a cui poi assisteremo estasiati anni dopo.
Jonhdoe1978
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