
Gli Zombi hanno delle caratteristiche ben precise, ormai consolidate nel tempo. Chi si avvicina alle loro storie sa cosa aspettarsi e lo fa proprio per tale motivo, modificarle vorrebbe dire non parlare più di loro, ma di un’altra cosa.
Il Commissario Cliff Robertson (Bill Murrey) e l’agente Ronald Peterson (Adam Driver) si recano nel bosco per parlare con l’Eremita Bob (Tom Waits) accusato da Frank Miller (Steve Buscemi) di avergli rubato un pollo. Durante il viaggio di ritorno si accorgono che nonostante siano le 8 di sera, è ancora giorno e che i cellulari hanno smesso di funzionare. Concordano che nell’aria c’è qualcosa di strano.
Avevo delle aspettative molto alte per questo film, dovute sostanzialmente, a tre motivi: il tema trattato, il grande cast e il regista, Jim Jarmusch.
Purtroppo tutti e tre sono state disattese, in forma e maniera diversa.
Partirei dall’ultimo, Jarmush. Gran parte delle sue opere sono al limite, ha sempre raccontato situazioni parallele, viste da una prospettiva non comune, quasi a un metro da terra rispetto al solito. Il suo stile quasi surreale ha, molte volte, incantato e mostrato luci e ombre completamente diverse, quasi metafisiche, andando ben oltre l’apparenza.
In I Morti non Muoiono ha mantenuto solo in parte queste sue peculiarità, non riuscendo a gestire un tema che deve la sua fortuna proprio dal contrasto tra la vita e la non morte. Purtroppo la storia degli zombi non ha una vita autonoma ma rimane figlia di quello che ormai è di sapere comune e che quel genio di George Romero ha raccontato sin troppo bene.
Il problema di fondo è l’eccessiva lentezza delle situazioni, come fosse una lunga e estenuante premessa e la banalizzazione del tema appena arrivati al momento di chiudere. La commedia estrema ha molto spesso la grande arma di scendere ancora più in profondità delle cose, con la imprescindibile condizione, però, di rispettarle e consegnarcele in un nuovo aspetto.
Una fotografia accurata, attenta a giocare con le ombre di un sole mai andato a dormire, è riuscita solo in parte a sopperire a una storia troppo ridotta all’osso e con momenti che non sono riusciti ne a porre domande sull’esistenza (intento chiaro di Jarmush) ne a coinvolgere. E dire che la premessa, lo spostamento dell’asse terrestre atta a spiegare il mutamento del magnetismo del nostro pianeta e di tutte le stranezze avvenute, era stata interessante e intrigante.
Lo straordinario talento della maggior parte degli attori, dimostrato negli anni, è stato in molti tratti, sminuito e messo al servizio di una sceneggiatura piatta e a una conseguente, espressività vicino allo zero. Le riprese ferme mal si conciliano con un atteggiamento simile, che avrebbe invece bisogno, di una gestualità maggiore, quasi a dondolare la situazione paradossale che si stava venendo a creare. Man mano che passano i minuti, infatti, ci si aspetta un cambio di passo, una velocizzazione della narrazione e dei sentimenti che, in situazioni come quelle raccontate, raggiungono il limito, lo stremo. Il tentativo di Jim Jarmusch è stato, secondo me, estremizzare al contrario tale concetto, come se una tale catastrofe sia stato il modo di far affiorare il piattume e l’indifferenza già presente nella società. Un accettare un destino scontato attraverso un fenomeno assurdo. Personalmente credo che avrebbe dovuto dare un altro taglio, a volte schizofrenico e forse, avrebbe ottenuto il risultato desiderato.
A tratti è stato un disturbo vedere interpreti come Bill Murray e Adam Driver relegati a tali personaggi, soprattutto per il primo, ne ho visti troppi suoi per non notare la differenza. Non riescono a trasmettere, si fermano a un limite prestabilito, e questo rende le loro interpretazioni non sbagliate, anzi, ma fedeli a un copione debole, purtroppo.
Sono convinto che l’introspezione delle situazioni debbano sempre andare di pari passo con l’argomento trattato e non sconvolgerlo, senza riuscire a riscriverlo portandolo a termine. Sullo sfondo della sua idea ha “appiccicato” situazioni già viste quasi a dire che era cosciente dell’universo in cui si muoveva, e questo ha reso ancora di più non accettabile lo svolgimento totale del film. A questo si aggiungano rimandi inutili a Star Wars e a Dottor Strange (riferiti al ruolo di Tilda Swinton) e lo stereotipo di film tendente a provocare è fatto.
Credo che nessuno si aspettasse un film alla Walking Dead, era scontato che il taglio sarebbe stato del tutto diverso e preso da un’angolazione diversa, ma è proprio questa angolazione che non ha convinto. Un tenore fin troppo delicato, che non ha scavato ma solo raccontato di un gruppo di persone che sole erano all’inizio e sole lo sono state alla fine. Questo cuore, questo potenziale, questo confine scelto, doveva essere approfondito anche a costo di farsi male, ma cosi se lo si è fatto lo stesso, senza lasciare il segno.
Jonhdoe1978























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