
Netflix si è ormai impratichito ad offrire thriller originali che onorino tutti i tratti distintivi del genere.
I flagelli di Breslavia, thriller polacco del 2018 diretto da Patryk Vega, noto per le sue opere che esplorano temi controversi e oscuri, riesce nell’intento solo in parte.
Ispirata liberamente ai romanzi dello scrittore Marek Krajewski, la pellicola si concentra su una serie di crimini efferati che sconvolgono la città di Breslavia. Il misterioso killer protagonista del film si rifà alla “Settimana delle Piaghe”, usanza del 1700 in cui la città della Polonia occidentale, veniva periodicamente “ripulita” da tutti coloro erano stati condannati come peccatori dal boia, subendo torture di diversa e fantasiosa natura. È così che le forze dell’ordine e la comunità locale vengono messe a dura prova da annunciati delitti quotidiani che vengono compiuti esattamente alle 6:00 PM, le cui vittime sono marchiate dal presunto peccato commesso: degenerazione, latrocinio, corruzione, calunnia, oppressione e disonestà.
Non si tratta sicuramente di un film che profuma di novità, poiché il medesimo tema è già stato affrontato similmente da Ron Howard nel suo Angeli e Demoni (a sua volta tratto dall’omonimo romanzo di Dan Brown), dove il serial killer marchiava a fuoco le sue vittime con degli ambigramma ispirati ai quattro elementi naturali e, soprattutto, è stato affrontato nel film al quale Vega si rifà innegabilmente…quel capolavoro di David Fincher, con Brad Pitt e Morgan Freeman, in cui il killer uccideva ispirandosi ai sette vizi capitali: Se7en.
Ma pur non raccontando nulla di effettivamente nuovo, I flagelli di Breslavia riesca comunque a conquistare quasi sufficientemente il relativo target di riferimento, possedendo una discreta dose di tensione, sia psicologica che più tipicamente di genere, che funziona più o meno fino alla mezzora finale, ossia finché una precocissima rivelazione su chi è l’assassino dà il via a flashback rivelatori e risoluzioni varie, tra scelte furbe e parzialmente artificiose.
Vega ha il merito di impegnarsi, a tratti anche in maniera interessante, su inquadrature e movimenti di macchina fuori dai soliti schemi conservatori del cinema americano e sui dialoghi, ridotti al minimo e privi di quegli antipatici e stereotipati “Vedrai…andrà tutto bene.”
Tuttavia gli aspetti positivi sono parecchi meno rispetto a quelli negativi e ciò limita l’impatto complessivo della pellicola. In primo luogo, la caratterizzazione dei personaggi risulta piuttosto superficiale, senza offrire al pubblico la possibilità di esplorarne a fondo le motivazioni e i retroscena. Questo rende difficile per lo spettatore creare un legame emotivo con i protagonisti, lasciandoli distaccati dalla storia. Il personaggio della detective Helena Ruś (Małgorzata Kożuchowska) è caratterizzato come il classico personaggio rude e problematico e, così come gli altri personaggi femminili, sono scritti nettamente meglio di quelli maschili, che peccano di estrema semplificazione, diventando quasi macchiettistici. Anche la realisticità risulta discutibile, poiché la messa in opera dei singoli delitti e la loro “coreografia” è assai improbabile per essere gestita da una singola persona e alcuni colpi di scena sembrano inseriti in modo forzato, senza una reale coerenza con lo sviluppo della storia, che risulta talvolta poco lineare e confusa.
I flagelli di Breslavia si porta appresso, per i suoi 110’ di durata, quell’apparenza esteriore da telefilm tedesco…non so se ho reso l’idea.
Alessandrocon2esse
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