
Esistono due momenti fondamentali per ogni regista, quello riguardante la possibilità di emergere e raccontare la propria idea, e quella, una volta raggiunta la prima, di soddisfare l’aspettativa nel lavoro seguente. La differenza tra il primo e il secondo step segna la distinzione tra un improvvisato e colui che a modo suo e nel suo piccolo cambierà la storia.
Sydney Novak (Sophia Lillis) è una diciassettenne, disillusa e con problemi di condivisione e socializzazione. Ha una sola amica, Dina (Sofia Bryant) con cui condivide ogni cosa, ogni avvenimento, a prescindere dalla sua importanza. Quando Dina si fidanza con il bello della scuola, Bradley Lewis (Richard Ellis), lei, per reazione, comincia a frequentare Stanley Barber (Wyatt Oleff), strambo vicino maniaco del vestire, con cui alla fine fa l’amore. Nel contempo, dovrà fare i conti con dei strani poteri che si manifestano nei momenti di suo maggiore stress emotivo e che non riesce controllare.
Jonathan Entwistle, facendo seguito alla premessa, si ripresenta al grande pubblico dopo lo straordinario The End of the f *** ing World, con una storia che mischia il sovrannaturale alla fragilità dell’animo. Lo sfondo è lo stesso, la disadattabilità dei protagonisti, e cosi dopo Alyssa e James, abbiamo Sydney, incapace di raccontarsi al mondo e a se stessa. Il suo io tormentato è rinchiuso dentro un guscio legato al trauma del suicido del padre, a cui non riesce a dare una spiegazione che vada oltre un vuoto interno. Anche in questo caso, tutti i pensieri della protagonista sono spiegati da una voce fuori campo, che li rendi quasi reali, visibili e che riesce, in maniera davvero efficace, a farti entrare dentro le sue sensazioni. E cosi diventa percepibile ogni volta, quel suo sentirsi un pesce fuor d’acqua, un corpo estraneo in un mondo che hai delle priorità che non vede e che non le appartengono. Senti scorrere le sue ansie, le sue paure, il suo essere cosi goffa di fronte a quasi tutte le situazioni, che spesso esplodono in questo misterioso potere, quasi distruttivo.
Devo essere onesto, la prima puntata mi aveva lasciato perplesso proprio per questo aspetto sovrannaturale, avevo timore di uno sviluppo quasi da action movie, in netto contrasto a quello splendido gioco psicologico del lavoro precedente. Fortunatamente man mano che le puntate andavano avanti, tali dubbi sono stati fugati, riuscendo a farmi apprezzare tantissimo il fatto che si è legato questi poteri alle emozioni. E’ come se avesse voluto dargli voce, senza snaturarli. La paura, il disagio, sono per definizione, incontrollabili, e rappresentare queste capacità straordinarie nello stesso modo, l’ho trovato quasi un rispettare tali emozioni.
Anche in questo caso non poteva mancare l’amore, inteso questa volta in maniera diversa e raffigurato da quello che Sydney prova per Dina. E’ assolutamente delicato il modo, il come e il quando viene rappresentato, in quella contrapposizione di quanto risulti essere tanto naturale per Lei, quanto immorale e deprecabile per il mondo. La scoperta di se stessi può far male, bruciare, rendere inermi e vulnerabili. E’ mettere tutte le tessere sul tavolo, vedere che forma hanno e noi abbiamo il solo compito di prenderne atto, prendendocene cura, pena distruggerci dentro. Sydney rischia più volte di essere risucchiata in questo vortice, salvata dalla stessa Dina (a cui non sono indifferente i suoi sentimenti) e soprattutto Stanley, vera spalla collante dell’intera storia, nelle vesti prima di amante e poi amico. Lui è l’unico a sapere tutta la verità della protagonista, è una specie di jolly impazzito della coscienza di Lei, un grillo parlante su cui comunque contare, sempre.
Detto questo, I Am Not Okay with This è stato senza ombra di dubbio godibile per lunghi tratti, ma era privo di quel quid, quello scatto che è necessario per ogni film o serie per lasciarci qualcosa dopo i titoli di coda. E questo quid, arriva inaspettato, travolgente, nei ultimi minuti, cambiando, come spesso accade, tutto l’impressione generale. La scena finale è come un crack, uno di quegli eventi che fanno cambiare le carte in tavola, stravolgendo in maniera irreversibile ogni dinamica fin li mostrata. Quello che ho apprezzato è stata la preparazione a tale evento, tipo la quiete prima della tempesta, tutti i punti, infatti, sembravano andare al loro posto, in un finale a metà tra l’aperto e il chiuso, onde decidere se continuare. E invece all’improvviso una voragine narrativa, che spazza ogni pedina ed ha il solo torto, per il resto assolutamente riuscita, di essere soltanto aperta, senza un continuo non avrebbe senso.
Dal mio punto di vista questa serie non sarebbe mai potuta essere, almeno di un miracolo, all’altezza di The End of the f *** ing World, troppo elevata, per storia, dinamiche, contenuti e delicatezza. Nonostante questo, secondo me, Jonathan Entwistle ha superato l’esame, mostrandoci un’altra storia di spessore e personalità. Ha una capacità innata di gestire e approfondire le sue creature, scendendo spesso nella parte più oscura e nascosta di loro. Riesce a trasformare delle semplici storie di ragazzi, in drammi senza età, in tagli profondi su cui cucire una visione diversa fatta di sofferenza e solitudine ma con sullo sfondo la speranza.
Ma per avere un giudizio definitivo dobbiamo comunque aspettare la secondo parte (sempre che sia l’ultima), e vedere dove la storia andrà a parere. A prescindere da questo, mi auguro che serie e autore non perdano la strada dell’anima per intraprenderne una più facile e forse più commerciale. Fosse così staremmo, a mio avviso, già a metà dell’opera.
Jonhdoe1978























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