
Il teatro.
Forma d’arte potente e popolare, nata per essere al servizio di tutti e che, nel corso dei secoli, è diventata inaccessibile a tanti…soprattutto a quelli che più degli altri ne avrebbero bisogno, come i discriminati, coloro che hanno smarrito loro stessi o che hanno perso il gusto per la vita. In una parola: i detenuti.
Il primo ad accorgersi dello straordinario potere salvifico e liberatorio della recitazione, a metà degli anni ’80, fu lo svedese Jan Jönson. L’attore di Malmö si impegnò a far recitare a cinque detenuti del carcere di Kumla, dove teneva delle lezioni di teatro, Aspettando Godot di Samuel Beckett. Una scelta per nulla casuale, se si guarda ai due protagonisti della commedia, Estragone e Vladimiro, aspettare (invano?) Godot tra discussioni, incertezze e desideri, come a qualunque carcerato che aspetta la propria libertà tra un’ora d’aria, tre pasti al giorno e sei colloqui al mese, a volte, pur sapendo che questa non arriverà mai.
E non è forse questo il teatro?
Una serie di lunghe assi di legno da calcare e calpestare, dove la finzione può paradossalmente trasformarsi nella sola entrata al proprio IO reale, regalando in questo modo nuova linfa vitale.
Sebbene il progetto iniziale di Jönson non andò oltre la seconda replica, a causa della fuga di gran parte del cast di prigionieri/attori, la sua idea sull’importanza del teatro come luogo di libertà e di salvezza, specie se utilizzato in contesti sociali complicati, è stata portata avanti fino ai giorni nostri, partendo da un suo monologo teatrale in cui spiegava la sua esperienza con i detenuti, passando per il film documentario Les Prisonniers de Beckett di Michka Saäl e l’adattamento cinematografico della sua storia Un triomphe del francese Emmanuel Courcol e arrivando ai giorni d’oggi con il remake di quest’ultimo, Grazie ragazzi, commedia italiana di Riccardo Milani, adattata insieme all’amico Michele Astori.
Su una base drammatica, con qualche spruzzata di commedia ed un paio di momenti di commozione si muovono le vicende di Antonio (Antonio Albanese), attore teatrale fallito costretto a doppiare film per adulti per pagare le bollette. Privo di alcuno stimolo o prospettiva lavorativa, accetta poco convinto la proposta del suo vecchio amico teatrante Michele (Fabrizio Bentivoglio) di tenere un laboratorio di teatro presso il carcere di Velletri. L’esperienza si rivela talmente stimolante da fargli decidere di preparare “Aspettando Godot” con i cinque detenuti che seguono il laboratorio e di metterlo in scena presso il teatro dell’amico.
La storia vera, già adattata a romanzo e, come già detto portata al cinema da Courcol, non spicca certamente per estrosità, perciò seppur toccando temi interessanti e giocando col brillante parallelismo tra il senso dell’attesa di Vladimiro ed Estragone e quella dei detenuti, a parte il finale che Milani ha voluto completamente diverso, gran parte della farina uscita dal sacco non è attribuibile al regista romano.
Le uniche note aggiunte da Milani allo spartito già ascoltato nel predecessore d’oltralpe, sono infatti il focus generale ed il messaggio finale, poiché non gli interessa far “ridere e pensare” puntando sulla fuga dei suoi protagonisti, ma sul loro avvicinamento all’arte, facendo luce su quei settori (come quelli culturali), lasciati alla mercé dell’apatia politica, ma che se appoggiati ed incoraggiati come si deve, possono mutare in un fondamentale aiuto per la collettività.
Per tutto il resto, Grazie ragazzi, pur regalando al pubblico un’opera dignitosa e sincera, conscia del carico che si porta sulle spalle e sicura di dove vuole arrivare e, nonostante un ritmo incalzante e a tratti coinvolgente, fa fatica a entusiasmare. Principalmente per tre ragioni: è eccessivamente lungo; fornisce un’ottima recitazione corale, ma se presi singolarmente gran parte dei protagonisti sembrano camminare col freno a mano tirato; drammaturgicamente si procede per reiterazione e accavallamenti di battute, senza un reale coup de théâtre che emozioni e/o impressioni lo spettatore.
Grazie ragazzi è il classico film “compiacente”, disegnato per andare incontro al gradimento del grande pubblico e, proprio per questo, si risparmia deviazioni filosofiche e capricci autoriali, per mettersi a servizio del racconto. Anche sul finale, a mio parere, il dialogo di Antonio sul palco del Teatro Argentina risulta troppo esplicito e ridondante, suggerendo allo spettatore una chiave di lettura che sarebbe stato meglio restasse implicita.
Interessante sarebbe stato anche osservare qualche momento della quotidianità di un carcerato, fatta anche (e soprattutto) di difficoltà e conseguenti momenti di rabbia e sconforto. Ma tutto resta comodo e digeribile al grande pubblico a cui è destinata la pellicola, fermandosi ferma ad un quadro di illusoria serenità, quasi da fiaba, fatta eccezione per il solo momento in cui i detenuti scelgono, anche se solo per qualche ora, di inseguire disperatamente la libertà, tradendo la fiducia del loro insegnante.
La vera forza di Grazie ragazzi è tutta nel suo cast: Albanese, per la quarta volta diretto da Milani dopo Mamma o papà? ed il dittico Come un gatto in tangenziale, è il perno emotivo attorno al quale ruota l’intera storia, letteralmente e figurativamente, confermando ancora una volta di essere in grado di poter affrontare qualsiasi tono, dalla comicità al dramma, grazie anche alla sua esuberante fisicità; Vinicio Marchioni è il boss Diego, figura leader che si impone ed impone violenza, ricordando parecchio il suo Freddo nella serie Romanzo Criminale; Giacomo Ferrara si trasforma ancora una volta e stavolta diventa un toccante Aziz, libanese dallo sguardo dolce finito in carcere per una coltellata tirata dopo l’ennesimo insulto razzista; Andrea Lattanzi è Damiano, ragazzo fragile e balbuziente che nasconde le sue fragilità dietro atteggiamenti da insolente, un’interpretazione che gli varrà sicuramente qualche attenzione in più da parte dei direttori di casting; Giorgio Montanini è Mignolo e, se conoscete Montanini, non si può che essere felici di vederlo divertirsi e recitare.
Menzione a parte per Bentivoglio e Sonia Bergamasco. Il primo troppo macchiettistico, la seconda troppo formale.
In conclusione, più che pensare a Grazie ragazzi come ad un film che, per i motivi sopra descritti, non si sia dimostrato all’altezza delle proprie supposte ambizioni, preferisco guardarlo come una bella parabola sulla vita, sul teatro e sulle sue verità. Un’ode alla cultura in generale, troppo spesso sminuita ed obliata, ma la cui forza è talmente intensa da poter sovvertire ogni cosa.
Il teatro, come il cinema, è un’arte che andrebbe promossa ed usata per alleggerire, come una panacea, le pene dell’essere umano.
Alessandrocon2esse
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