
Esiste un decalogo che, se seguito a menadito, può far si che un film diventi un “Cult” e resista agli anni, ai cambiamenti delle mode e al continuo variare della concezione dell’intrattenimento?
Probabilmente no. Ma se dovesse esistere, state pur certi che è nascosto in qualche angolo remoto della libreria di Ivan Reitman, occultato fra una raccolta di poesie di Štefan Krčméry, la Gramatica Slavika di Anton Bernolák ed una guida pratica per preparare un buonissimo “bryndzové halušky”.
Ne è la riprova il suo Ghostbusters del 1984, creatura nata quasi per caso dopo il successo ottenuto producendo sei anni prima Animal House e la conseguente amicizia stretta sul set con Dan Aykroyd e John Belushi. In poco più di 105’, una quadratissima combinazione fra commedia ed horror, effetti speciali di dignitosa attualità, una grandinata di gag trascinanti e battute fulminanti ed uno slapstick calibratissimo, innalzano il rank di questa pellicola vicinissimo alla posizione di “Leggenda Cinematografica”.
A Ghostbusters non manca proprio niente: Peter Venkman (Bill Murray), Raymond “Ray” Stanz (Dan Aykroyd) ed Egon Spengler (Harold Ramis), tre ricercatori di parapsicologia con la passione per il paranormale, buttati fuori dall’Università di New York; Winston Zeddemore (Ernie Hudson), uno scettico ma volenteroso apprendista; Janine Melnitz (Annie Pots), una salace e simpatica segretaria; sofisticatissime apparecchiature elettroniche, tra cui lo “Zaino Protonico”; una diroccata ex caserma dei vigili del fuoco come quartier generale; una Cadillac Ambulance Miller-Meteor limo-style endloader combination del 1959 modificata, come veicolo d’emergenza; due spalle di lusso come Sigourney Weaver e Rick Moranis, nei panni della violoncellista in carriera Dana Barrett e del suo imbranato vicino Louis Tully; una immortale canzone originale firmata da Ray Parker Jr. ed una divinità sumera del 6000 A.C. come villain.
Quella che sembra una commedia dalla base malandata e la dozzinale trama, è in realtà un rumoroso e stagionato elettrodomestico che non sbaglia mai un colpo…e, nonostante appartenga ad un particolare periodo della mia vita e che l’abbia guardato circa 500 volte, nulla ha a che vedere con la nostalgia: Ghostbusters è un prodotto perfetto per un pubblico di tutte le età, dove ogni singolo dialogo o sequenza si dimostra un micro opera d’arte della narrazione comica. Il potenziale dello script viene valorizzato, scena dopo scena, dall’affiatamento dei quattro protagonisti e la loro bravura.
E’ infatti proprio nelle scene prettamente comiche che si ammirano i fuochi d’artificio, a differenza di quelle dove prevalgono gli ottimi effetti speciali di un Richard Edlund particolarmente ispirato, ma costretto per questioni di budget e tempistiche a non poter fallare di un millimetro dagli storyboard. Il film di Reitman toglie le catene al potenziale comico di ogni singolo attore, rendendo l’atmosfera spontanea e dando modo agli stessi di sfoggiare un repertorio di battute fra i più intelligenti ed “adulti” che si siano mai visti, particolarità che neanche lo stesso regista slovacco è riuscita a ripetere nei successivi sequel e reboot.
E questa alchimia fra i protagonisti diventa ancor più stupefacente se si pensa alle vicissitudini vissute dalla direttrice casting Karen Rea: inizialmente Aykroyd (ideatore e sceneggiatore del concept originale) aveva pensato che i protagonisti dovessero essere lui stesso, l’amico John Belushi, John Candy ed Eddie Murphy, ma la prematura morte per overdose del primo e i precedenti ingaggi per Beverly Hills Cop – Un piedipiatti a Beverly Hills di Murphy e per Splash – Una sirena a Manhattan di Candy, fecero virare le scelte della Rea su Ramis, Hudson e sul talento da improvvisatore di Murray, il quale accettò il ruolo del Dott. Venkman quando era ancora in Francia a girare Il filo del rasoio di John Byrum, presentandosi appena in tempo per il primo giorno di riprese. Visto come è andata…aggiungerei “Meno male”.
Aykroyd volle comunque omaggiare il compianto Belushi, dando allo spettro Slimer sembianze buffe, grasse ed affamate, per renderlo simile a Bluto Blutarsky, iconico personaggio di Animal House.
Ma, sentimentalismi a parte, con Ghostbusters c’è solo da divertirsi. Non serve badare a nient’altro e, come in rarissimi casi nel cinema, si ride e si ricrea quella “magia” che solo la celluloide sa regalare ad ogni nuova (ennesima) visione.
Nemmeno tutte le recenti menate sul politically correct riuscirebbero a scalfirne il fascino, poiché la pellicola riesce, nonostante i 37 anni dall’uscita nelle sale, a non risultare né razzista né maschilista, nonostante la presenza di un “sottoposto” afroamericano ed una donna in pericolo da trarre in salvo: il personaggio di Hudson, infatti, riesce a mantenere una sua dignitosissima identità, indipendentemente dalla sua posizione e dal colore della pelle, mentre la Weaver è una donna in carriera, emancipata e per niente vittima delle avanches da vecchio volpone di Venkman.
Nel 1984 nessuno si aspettava di poter ridere su fantasmi, morti e sulla morte in generale (se si esclude qualche sketch parodistico ad horror famosi) ed in questo va meritatamente riconosciuto il coraggio di osare di Reitman, oltre naturalmente alla dimostrazione che la complessità delle sceneggiature non sempre è sinonimo di duratura popolarità, ma che a volte per costituire un’efficace “impasto” cinematografico, non serve altro che sfruttare al massimo i propri mezzi ed affidarsi alla genialità dei singoli e a quel famoso “non so che” che rende tutto speciale…di cui Ghostbusters è pieno fino all’orlo.
Alessandrocon2esse
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