
Fringe si presenta come una serie di pura fantascienza: una composita task force, sparizioni inspiegabili, fenomeni paranormali, mostri di laboratorio, la Cia sullo sfondo. Quasi tutta la prima stagione si snoda su questi elementi con puntate autoconclusive che comunque non impediscono l’approfondimento dei personaggi principali.
Il fatto è che tutta questa prima parte non è altro che una sorta di lunga preparazione di quello che invece è il suo vero cuore. Fringe fondamentalmente, infatti, ci racconta una delle più grandi storie d’amore riportate sullo schermo. Tutto il mistero, il sovrannaturale, le scoperte, i mondi paralleli, il tempo e lo spazio sono narrati in maniera eccellente ma sempre complementari e di supporto a loro due, Peter e Olivia.
Il concetto dei mondi paralleli è da sempre uno dei miei argomenti preferiti, un solo secondo di differenza da uno all’altro può cambiare ogni cosa, potresti non conoscere mai la donna della tua vita e avere visioni e concetti completamente diversi sulle vicende future. Ma a volte anche una distanza così grande non basta a dividere due persone e questo partendo dal presupposto che certe unioni trascendono dal concetto di semplice materialità collocandosi in una zona sospesa di personale comprensione. E quando questo capita puoi rincontrarti dieci volte anche senza avere memoria, in circostanze diverse o in un contesto sociale diverso, il risultato non cambia: ti ritroverai sempre stretto a quel sorriso, a quel modo unico con cui ti parlerà e ti farà sentire, facendoti abbandonare ogni volta all’abbraccio tumultuoso del sentimento.
E questo succede a loro in un modo che appare subito naturale e inevitabile, un risultato diverso sarebbe una stortura della storia dell’uomo, un negare il motivo stesso per cui viviamo. Tra un mondo e l’altro sarebbero potuti passare 10, 20, 30 secondi diversi, in un modo o nell’altro avrebbero trovato il modo di curvare questa differenza portandola dove loro si sono sempre dati appuntamento.
La loro storia indirizza tutto il canovaccio narrativo della serie, le scelte e le situazioni sono spesso condizionate dalle loro azioni.
Tutto ciò non toglie nulla all’originalità della storia di base, spesso avvincente e coinvolgente e che riesce a tenere alto l’interesse fantascientifico oltre a quello puramente sentimentale.
L’idea e l’evoluzione degli Osservatori è fantastica, perfettamente funzionale al tema narrativo e soprattutto svelata nelle giuste dosi in modo da dare un quadro nitido e senza sovrapposizioni. Le caratteristiche fisiche scelte, li rendono facilmente distinguibili, ed era fondamentale per il ruolo assegnatogli.
Per tre stagioni e mezzo considero Fringe una delle migliori serie mai scritte, le diverse componenti sono perfettamente inserite in un contesto che pur essendo in continua evoluzione, mantiene delle solide basi sia di personaggi che di valori. I picchi emotivi sono quasi sempre molto alti, gestiti in maniera alternativamente cruda e delicata e questo per soddisfare e evidenziare il momento narrato.
Purtroppo l’ultima parte della quarta stagione e la quinta sono quasi indifendibili. In questa fase la serie si accartoccia su se stessa, perdendo le sue peculiarità di storia cadenzata e accurata. E’ come se tutto insieme si sia voluto spingere sull’acceleratore cercando di portare a conclusione con molta fretta, situazioni che necessitavano attenzione e cura. E non è servito aggrapparsi ancora più forte a Peter e Olivia, che sono riusciti solo in parte a salvare la situazione mantenendo inalterata la magia della loro unione. E la valutazione finale non può non tenere conto della media tra una parte e l’altra, nonostante l’estasi iniziale sia comunque, superiore alla parziale delusione finale.
J.J. Abrams, autore della serie, si è dimostrato ancora una volta all’altezza della situazione. Le sue visioni sono sempre innovative e intriganti, un precursore costante di un qualcosa che si vedrà. Ma la sua regia non avrebbe potuto nulla senza l’alchimia trovata tra Anna Torv e Joshua Jackson e al loro modo con cui hanno abbattuto la dimensione del sentimento. Il loro rincorrersi, ritrovarsi, amarsi e concedersi è un qualcosa di percepibile, quasi come un’aura continua intorno a ogni puntata. Menzione va a John Noble (Walter Bishop) autore di un’interpretazione di livello assoluto. Impressionante la capacità di variazione e di adattabilità avuta anche nella singola scena.
Unire la fantascienza all’amore più puro è sempre un qualcosa di estremamente difficile soprattutto se si vuole andare in fondo con la stessa intensità in entrambi. La storia del cinema è piena di fallimenti del genere e questo, spesso, per la mancanza di comprensione sul come gestirli. Nel caso specifico il primo è per lunghi tratti, al servizio del secondo riuscendo a farlo splendere di una luce quasi accecante e nella quale è impossibile non perdersi. Un viaggio nei meandri della sensazioni intese come quelle emozioni innate che solo determinate vibrazioni riescono a darci e che per forza di cose, avranno sempre le stesse uniche fattezze in questo come in un altro tempo.
Jonhdoe1978























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