
Correva l’anno 2007 quando, in una delle innumerevoli interviste per la promozione di Grindhouse – A prova di morte che Quentin Tarantino ufficializzò la propria volontà a produrre una pellicola a tema “Western”. Il regista di Knoxville dichiarò che il film sarebbe stato sì un caro omaggio a Sergio Corbucci, considerato da Quentin uno dei più grandi maestri dello Spaghetti Western insieme a Sergio Leone, ma soprattutto una pellicola ambientata nel profondo sud degli Stati Uniti e che avrebbe affrontato uno dei temi più delicati ed imbarazzanti della storia che nessuno aveva mai avuto il coraggio di affrontare: la schiavitù.
Correva l’anno 2011, appena quattro anni dopo quell’intervista, quando nella casa di produzione The Weinstein Company fu consegnata la prima stesura del copione di Django Unchained. Il resto è storia.
Tutto l’amore tra Tarantino e quel cinema western, manifestato in nutrite citazioni disseminate nei suoi film e raccontato in incalcolabili dichiarazioni, prende vita e può celebrarsi con Django Unchained.
A differenza però del precedente Bastardi senza Gloria, dove Quentin aveva omaggiato solo nel titolo il film italiano Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari (uscito negli States come The Inglorious Bastards), stavolta l’omaggio all’originale Django di Corbucci è di gran lunga più ampio, anche se oltre al nome, un lontano rimando alla trama, la colonna sonora e l’estrema violenza…il resto è tutto frutto della brillante mente di Tarantino che, a diciotto anni da Pulp Fiction, ottiene il suo secondo Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale.
Django Unchained non è solo western, bensì un libero viaggio cinematografico tra generi e citazioni difficilmente catalogabile che abbraccia anche la commedia, il dramma ed una amara fetta di storia americana, quella che riguarda la schiavitù e la discriminazione razziale. Una pellicola per nulla casuale e che è stata concepita per andare oltre il mero scopo dell’intrattenimento, nella quale è presente una coscienziosa analisi estetica e teorica e che la rendono simbolo di maestria artistica.
Un film da apoteosi, decoroso erede della miglior pellicola di Leone che può vantarsi di una perfetta sceneggiatura in cui nulla è lasciato al caso, un girato incredibilmente divertente da guardare, personaggi ispiratissimi e battute memorabili, azione convulsa ed una sensazionale colonna sonora che inizia con le note senza tempo di Luis Enríque Bacalov (già presenti nel film di Corbucci del 1966) e termina su quelle di Lo chiamavano Trinità composte da Franco Micalizzi, provocando un tuffo nel cuore a tutti i fan di Bud Spencer e Terence Hill. Nel mezzo tante storiche tracce “prestate” da grandi successi del passato e nuovi bravi composti per l’occasione dal maestro Ennio Morricone.
La struttura di fondo di Django Unchained richiama alla memoria quella di una fiaba che, tuttavia, diventa pian piano terreno fertile per raccontare la profonda piaga dello schiavismo che ha macchiato (ed ancora se ne vedono gli effetti) l’America per secoli. Se si presta attenzione, infatti, ognuno dei personaggi del film rappresenta un tipico stereotipo, comparabile in ogni narrazione della tradizione popolare: il protagonista Django è, inconfutabilmente quel personaggio rintracciabile in ogni fiaba per bambini, portatore di sani princìpi morali ed etici, il cui precipuo intento è unicamente quello di trarre in salvo la propria amata dalla morsa del cattivo.
La fresca ed originale sceneggiatura viene poi esaltata da un cast stellare, da cui Quentin Tarantino riesce a tirare fuori il massimo che ci si possa aspettare, ponendo le basi per un insistito e prolungato duello di bravura tra attori, a cui si è assistito molto raramente negli ultimi anni. Nonostante il protagonista sia un simmetrico e sottovalutato Jamie Foxx, a dominare la scena è Christoph Waltz ed il suo cacciatore di taglie antischiavista Dottor King Schultz, alter ego agli antipodi del suo precedente Colonnello Hans Landa, a cui somiglia solo per ironia e dialettica, ma che gli permette allo stesso modo la prestigiosa statuetta come Miglior Attore Non Protagonista…definizione oltremodo angusta, per presenza ed apporto al film. Ma i veri “depredati” di tutta la pellicola sono la poliedricità di Leonardo DiCaprio ed il suo demoniaco villain, il ricco, spregevole e sadico Calvin J. Candie che, nonostante una rappresentazione da standing ovation, non sono riusciti a “meritare” nemmeno una nomination agli Oscar. Completano il quadro dei protagonisti principali un bravissimo Samuel L. Jackson, nei panni del capo della servitù Stephen, a suo stesso dire “Il negro più detestabile e pezzo di m***a di tutta la storia del cinema” e una adorabile Kerry Washington, interprete dell’unico personaggio totalmente positivo del film: la schiava Broomhilda von Shaft. E poi ancora Walton Goggins, Dennis Christopher, James Remar, Jonah Hill, Tom Wopat, Bruce Dern, Don Johnson, Michael Parks, M.C. Gainey, Tom Savini e molti altri ancora. Memorabile ed impossibile da non citare il cameo del Django “originale” Franco Nero, qui nella parte dell’italiano Amerigo Vassepi.
Django Unchained è stato un successo planetario maggiore di Kill Bill, incassando complessivamente al box office 425 milioni di dollari, consacrandosi come maggior incasso di sempre per un film girato da Tarantino.
165 minuti privi di incertezze, tra citazioni, omaggi, tensione crescente e scoppi di violenza improvvisa. Una storia senza tempo di riscatto e di vendetta che strega ed avvolge lo spettatore ad ogni inquadratura. Un film sicuramente eccessivo, incontenibile ed a tratti parodistico che, in piena coerenza con la sopracitata struttura fiabesca, ci lascia anche un profondo insegnamento attraverso due dei suoi protagonisti: Il Dottor Schultz e Stephen.
“Un bianco non è razzista solo perché è bianco, così come un nero non è una vittima solo perché nero”
Da grande estimatore del cinema di Tarantino, la sensazione che mi resta in testa ogni volta che riguardo Django Unchained, è che per sfornarlo si sia divertito come mai fatto in precedenza con altri suoi film.
Alessandrocon2esse
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