
Non azzardo a sostenere di essere uno dei più grandi esperti di Clint Eastwood, ma di certo neanche un improvvisato. Pur essendo la sua filmografia, sia da regista che da attore, immensa, ne ho visto una grande percentuale e questo numero con il tempo tende sempre ad aumentare. Anche grazie alla mia videoteca personale, infatti, periodicamente aggiungo un tassello alle mie mancanze, aggiornando di fatto il mio quadro generale riguardo al suo modo di fare cinema.
Uno di quelli che mi ero perso era proprio Debito di sangue, film che al di la della sua valenza, di cui parleremo a breve, assume importanza in quanto essere il primo di quella fortunata ondata lunga che porterà Clint a fare 13 film (quasi tutti di livello medio alto) in 14 anni.
Chiarendo subito la mia posizione, di tutti quei titoli, questo non è di certo uno dei migliori sia per impostazione narrativa che di fluidità di sviluppo. La sensazione perenne che ho avuto, infatti, è che la storia andasse a scatti non riuscendo di fatto mai a scorrere con continuità e naturalezza. Anche la costruzione dei personaggi, se si esclude Buddy, non è sempre convincente e pecca, sempre a mio avviso, di un pizzico di anima. Per carità, il mantra del regista californiano è sempre stato la concretezza, ma in questo caso credo abbia lasciato qualcosa nel cassetto ed è abbastanza tangibile. Detto questo, esistono anche alcuni elementi assolutamente indovinati, quali l’esser riuscito a incastrare tutti i punti salienti della storia (ricordiamo che questo è l’adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Michael Connelly) cercando e trovando il modo di dare allo spettatore il quadro della situazione e farsi un’idea.
Certo, alcuni particolari forse dovevano essere calcati di meno (ad un certo punto proprio per questo motivo l’epilogo diventa chiaro), ma dal mio punto di vista, meglio cosi che mischiare continuamente le carte alla ricerca della sorpresa a tutti i costi.
E se questo vale stilisticamente e di costruzione, discorso diverso va fatto sulle motivazioni della storia e il suo messaggio.
Sostanzialmente Connellly voleva evidenziare dai due opposti, che semplificando potremmo definire (cosa fatta anche da lui) bene e male, che la vita ha bisogno di stimoli, di cose che ci accendono e che ci fanno sentire fuoco e vibrazioni.
Proprio il sentire è il comun denominatore dei due protagonisti, seppur con una coda del perché diversa: per uno quella fiamma vale più della vita stessa, per l’altro più della sicurezza e della tranquillità.
Assodato questo, la domanda invadente ora è chiedersi se questa dicotomia letteraria sia stata trasportata nel film. Nonostante gli evidenti inciampi di cui ho detto nelle prime righe, io credo che alla fine si può tranquillamente dire di sì. Di certo non parliamo di travolgenti sensazioni o di un contenuto così profondo e/o riuscito da rubare pensieri e attenzione per giorni, ma un velo di approfondimento mentale te lo regala. Tanto per fare un esempio ed entrando così nel discorso attoriale, l’asfissiante sensazione che il suo cuore possa incepparsi la da e questo fa in modo che il film trovi il suo filo. Detto questo, se devo fare un nome per l’attore del film non è Clint ma Jeff Daniels. Per carità, nulla di entusiasmante (il livello degli altri protagonisti è pericolosamente mediocre/sufficiente), ma comunque abbastanza per percepire le contraddizioni e le iperbole che il suo Bubby voleva rappresentare.
Chiudo come ho iniziato, collocando debito di Sangue nel contesto generale della filmografia del Texano dagli occhi di ghiaccio. Ovviamente ora il compito è più facile rispetto a farlo nel 2002, anno di uscita di questo film, ma credo che il mancato successo al botteghino della pellicola (ha incassato meno di quanto ha speso) non stia tanto negli inciampi narrativi citati quanto nell’ impostazione troppo impostata della trama. Scusandomi per il cacofonico gioco di parole, la grande magia dell’Eastwood regista è stata ed è (vedi il recentissimo Giurato numero 2) quella di giocare e espandere i sentimenti rimanendo con una dialettica ed una impostazione visiva con i piedi ben saldi alla realtà. Per ottenere ciò, però, è necessario un bilanciamento perfetto tra idea ed intenzione, se uno va troppo veloce ecco che arrivano i momenti a scatti. E a debito di sangue manca proprio questo bilanciamento e nella panoramica del racconto alla fine si sente, soprattutto nella prima parte. Nella seconda un po’ per l’incalzo degli eventi e un po’ perché il lato emotivo diventa preminente, qualcosa si aggiusta, ma non abbastanza per colorare completamente il quadro pensato.
Chiudo con una domanda, che poi è il cuore del libro e quindi di questo film: è meglio sopravvivere o vivere assecondando la propria indole rischiando di ridurre o azzerare i tempi? Evidentemente non esiste una risposta giusta o sbagliata, ma solo la personalissima percezione dell’esistenza e del suo contenuto. La storia di Debito di sangue ci dà la sua versione e le sue conseguenze, senza però per questo moralizzare le idee o precludere qualsiasi altra strada di pensiero. E questo, a mio avviso, permette di dire che alla fine l’obiettivo complessivo non è stato mancato, nonostante, ripetendomi, non ci troviamo di fronte a un indimenticabile del cinema e/o di Eastwood.
Jonhdoe1978























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