
Nella recensione di Death Note, anime che ha come suo presupposto la possibilità attraverso un diario, conoscendone nome e volto, di uccidere qualunque persona, manifestavo la mia convinzione che pochissime persone, in certe situazioni, non lo avrebbero usato. Tale considerazione mi è tornata in mente vedendo Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, nuova serie targata Netflix che ripercorre, sotto diversi punti di vista, la vita di uno dei serial killer più conosciuti della storia americana.
E’ innegabile, infatti, che in situazioni del genere, palesi e senza attenuanti, anche il più devoto fautore del perdono inevitabilmente vacilla smarrendo quella convinzione che ognuno possa e debba avere una seconda possibilità.
Detto questo, che riguarda più l’aspetto generale e umano della vicenda, comunque imprescindibile e naturale, non ricordo una serie che è riuscita a esaltarmi e deludermi cosi tante volte come questa. Si è passati, almeno dal mio punto di vista, da momenti di pure poesia cinematografica ad altri registicamente e narrativamente sbagliati nei quali l’intenzione e la realizzazione erano (e sono) evidentemente distanti. L’esempio più evidente è la percezione poco viscerale, tranne in un paio di momenti (legati soprattutto al padre del quattordicenne Konerak Sinthasomphone), dei parenti delle vittime che non danno, per come impostate, mai la sensazione di pesantezza e tragedia che la loro situazione dovrebbe avere. La differenza emozionale tra loro e Glenda Cleveland (Niecy Nash), seppur anch’ella non sempre a fuoco, specialmente nella parte finale, è troppo netta e questo a prescindere dal coinvolgimento reale nella storia (l’aver vissuto a pochi centimetri da un killer del genere crea evidentemente degli scompensi differenti). La sensazione generale è di un’alternanza troppo evidente ed esagerata tra situazioni specifiche ad altre dal contesto generale. La voglia di raccontare a 360 gradi ogni aspetto della storia ha favorito, a mio avviso, infatti, l’inevitabile conseguenza di creare un dislivello narrativo tra scene anche comunicanti ammorbidendo cosi l’immersione totale negli eventi.
Prima ho accennato a momenti di poesia cinematografica e tra questi rientrano senza dubbio la performance di Evan Peters nei panni Dahmer, compreso il meraviglioso doppiaggio, almeno a livello italiano, di Emiliano Coltorti, e la voglia della serie di approfondire (cosa poi che come appena detto è diventata anche il suo limite) tutte le prospettive possibili. Partendo da quest’ultima, è evidente l’intenzione da parte di Ryan Murphy e Ian Brennan, gli ideatori, di far vedere la storia da almeno 4 prospettive differenti: Dahmer, le vittime (intese in senso generale), Glenda Cleveland (della sua variabile riuscita abbiamo già detto) e del padre di Dahmer, Lionel (Richard Jenkins). Se li analizziamo uno per uno capiamo come la loro riuscita sia stata profondamente differente. Il personaggio Dahmner (cosi specifichiamo anche il primo punto) è riuscitissimo sia a livello visivo/percettivo che strutturale come uomo/killer. La vera scommessa vinta, grazie anche, come detto, alla prova di Peters, sta però nell’aver diversificato l’io del personaggio portandolo in certi casi anche a essere “compatito” dallo spettatore. Questo ha portato a provare in certi casi, in una sorta di tradimento personale, una ancora maggiore avversione nei suoi gesti, come se in qualche modo (pensiamo alla puntata, probabilmente la migliore, nel quale conosce e frequenta Tony Hughes) lo si umanizza per poi svestirlo e rilasciarlo come bestia.
La figura delle vittime e di Glenda sono, invece, di quanto più altalenante ci possa essere, con passaggi continui dal piattume narrativo allo stimolo di sapere e capire. Loro d’altronde sono l’intermezzo dell’agire del protagonista, se si normalizzano, cosa appunto successa, cade il castello thriller e la pressione emotiva su cui la serie si voleva nutrire.
Di tutt’altro tenore la gestione della figura del padre di Dahmer, assolutamente meravigliosa. Egli doveva essere il ponte tra l’imperdonabile e l’amore irrazionale, tra la colpa e l’eterna lotta tra i perché e i ma, di quel punto in cui le mostruosità si mischiano alla comprensione. Ed è quello che è appunto, meravigliosamente, è stato. La sua ottica di vicinanza al figlio, a bocce fredde ingiustificabile, è apparsa quasi naturale e soprattutto comprensibile. E’ come se attorno a tutta quella follia si sia voluto cucire un fiore rosso sul quale fondare un briciolo di speranza. Speranza che in qualche modo era stata brutalizzata dal modo con cui Dahmer è stato ucciso, che ha aggiunto stortura su stortura (soprattutto perché l’assassino prima di lui ha massacrato un altro uomo completamente estraneo alla vicenda) seppur in un’ottica umana di vendetta a cui non si può voltare completamente le spalle.
Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer è una serie riuscita ma non riuscitissima. Il voler raccontare tutto, come più volte ribadito, è stata la sua forza ma anche il suo limite con un’alternanza emozionale (ma anche puramente cinematografica) troppo scostante e quindi parzialmente vincente. Tale picchi alti/bassi, e questo è ancora più pesante dal mio punto di vista, sono presenti, non solo nelle diverse puntate, ma anche all’interno delle stesse che cosi a livello percettivo risultano a volte scollate. Alcuni passaggi, che poi si fa riferimento a veramente piccole cose (ad esempio a cosa serve mostrare la madre di Tony Hughes esprimere di continuare a lottare se poi non mi racconti a cosa ha portato quella lotta?), hanno, senza poi ulteriori specifiche, solo sviato l’attenzione dal reale messaggio cercato, sia complessivo che del momento, che cosi per sopravvivere ha dovuto aggrapparsi all’esperienza e al fresco ricordo. Anche la fine, che come sempre può confermare o capovolgere tutto il contesto, è stata, a mio avviso, se si esclude la scena del padre, eccessivamente narrativa e poco emotiva e questo, per come è stata sviluppata la storia, non può non essere un limite.
Jonhdoe1978
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