
Più sono grossi, più fanno rumore quando cadono. E’ una delle frasi più celebri del mondo, e spesso viene associata all’idea di uno scontro tra una piccola entità e una enorme, con la prima che riesce a vincere, con tutte le implicazioni del caso.
1998. Robert Bilott (Mark Ruffalo) è un avvocato societario facente parte di un gruppo specializzato nella difesa di società chimiche o affini. Un giorno viene contattato da un agricoltore di Parkersburg, West Virginia, per indagare sul possibile avvelenamento dell’acqua della sua terra da parte delle industrie limitrofe della DuPont, che avrebbero causato morte e tumori delle sue mucche. Dapprima incuriosito dalla conoscenza di tale agricoltore con la propria nonna, Bilott, comincia a scavare, scoprendo un qualcosa che andava al di la di un semplice inquinamento delle falde acquifere e che intaccava la salute, non solo degli animali, ma anche degli esseri umani.
Pochi minuti dopo l’inizio del film mi è comparsa l’immagine di Hulk e di Erin Brockovich.
Soltanto pochi mesi fa ammiravo Mark Ruffalo nei panni nell’enorme e invincibile gigante verde intento a salvare l’umanità, e vederlo nei panni di un avvocato appesantito (molto) nascosto spesso, nel buio del suo ufficio a leggere improbabili fascicoli, mi è sembrato, almeno inizialmente, strano, in quell’eterno diabolico meccanismo di come certi personaggi ti si cuciono addosso.
Le dinamiche iniziali non possono non rimandare al lavoro di Steven Soderbergh, interpretato in maniera sublime da Julia Roberts, fortunatamente le similitudini si fermano li, alla premessa.
Cattive acque è un film concreto, diretto, senza fronzoli e che trova la sua identità piano piano, attraverso le pieghe del protagonista che scopre la sua anima a poco a poco. Sì, perché lo stesso Mark Ruffalo, che all’inizio non riuscivo a vedere in altri panni, è stato la salvezza di un film, che a tratti si è perso in momenti troppo schematici legati a seguire i fatti realmente accaduti.
La storia, infatti, è basata sull’articolo pubblicato da Nathaniel Rich, riguardante appunto, lo scandalo reale dell’inquinamento idrico della cittadina di Parkersburg e di tutte le sue ripercussioni. La base narrativa iniziale è abbastanza scontata, un piccolo avvocato che decide di scontrarsi con un colosso della produzione di materiali di serie, reo di aver messo a rischio la salute di tutti, con tutte le problematiche politiche e di potere a esso legate. La parte fondamentale e vitale del film, a mio avviso, era quello di conoscere la storia dei personaggi, principali e non, di come le loro vite fossero cambiate o meglio stroncate. Di come l’arricchirsi da parte di pochi (o molti non ha importanza) sia di gran lunga più importante rispetto alle conseguenze che esso comporta.
Su questo Cattive Acque è altalenante, riesce in pochi secondi a scendere nel dramma di una famiglia, di una generazione, di una piccola porzione della società raccontandone paura e distruzione per poi ritornar subito alla semplice esposizione dei fatti.
La parte introspettiva, a mio avviso necessaria, è stato raccontata con il contagocce, quasi se si avesse paura di trascurare l’esatto ordine degli eventi. Solo in due casi il pur bravo Todd Haynes ha mollato gli ormeggi: nello scatto con cui il capo dello studio di Bilott, Tom Serp (Tim Robbins), prende la parola difendendo l’operato del suo sottoposto, in nome di una giustizia generale, che va oltre bandiere e pensieri e, soprattutto, lo stringersi della moglie di Robert, Sarah (Anne Hathaway) nel momento di maggiore vulnerabilità del marito. Quest’ultima è sicuramente la scena migliore del film, quella che gli dà un’altra valenza, un altro spessore. C’è l’amore di una donna che ha dovuto sopportare l’altruismo del compagno, il suo non adagiarsi alle comodità, in nome di un giusto che gli ha comportato solo problemi e impedimenti. Bilott ha messo in palio la sua vita, i suoi privilegi, le sue certezza e questo in virtù della sua coscienza, per dare ascolto ai suoi fantasmi, prendendoli per mano e non scacciandoli. Bene, questo senso, il film, lo ha ottenuto solo dopo il discorso di Sarah, non prima. In quell’esatto momento molte scene precedenti da bianco e nero sono diventate a colori, accentuando contorni sino ad allora poco coinvolgenti.
Anne Hathaway sino a quel momento era stata confinata a una macchietta, quasi una comparsa che sarebbe potuta essere interpretata da tante altre attrici, ma poi ha graffiato, cambiando a mio avviso, la storia emotiva di tutto il film. Con questo non voglio dire che solo lei avrebbe potuto farlo, ma lei lo ha fatto.
Mark Ruffalo, come detto, per lunghi tratti ha tenuto Cattive Acque in linea di galleggiamento. Il suo modo quasi dimesso quanto determinato di affrontare da uomo comune, personaggio e storia, è stato vitale, a tratti commovente.
Quando si decide di affrontare un film d’inchiesta, il rischio è quello di essere sopraffatto dalla storia non riuscendo a contornarlo dell’emotività di cui ha bisogno. Se poi il lasso di tempo coperto è di diversi anni (come ho avuto modo di dire più volte) il discorso si complica ulteriormente, non riuscendo spesso, due ore, a coprire tutto quello che è realmente successo. E qui diventa fondamentale la scelta, il modo con cui dirci tutto, senza però trascurare la parte fondamentale, l’anima delle scelte.
Su questo il film, va a corrente alternata, ma poi quel Mio Marito non è un fallito ha riecheggiato nell’etere raggiungendo il cuore e gli occhi dello spettatore, e la storia poi ci dirà, quanto di vero ci fosse in quelle parole.
Jonhdoe1978























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