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Casablanca (1942) di Jonhdoe1978

⭐6 Maggio 2020 ⭐ Contrassegnato con: Casablanca, cinema, Recensione Casablanca

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Ogni epoca cinematografica ha le sue strutture narrative, i suoi tempi, le sue inquadrature, sempre funzionali a quello che si ritengono essere i bisogni del momento. E sempre in ogni epoca, ci sono i capisaldi, quei film che segnano un genere e diventano di ispirazione per registi e attori, diventando immortali.

Siamo nel cuore della seconda guerra mondiale e l’Europa è sotto scacco dell’esercito tedesco. L’aspirazione di ogni cittadino è di scappare e andare a cercar fortuna in America, paradiso ideologico del momento. Per farlo, però, bisogna raggiungere Lisbona, e non potendo, passando attraverso l’entroterra dell’antico continente, è necessario farlo dall’Africa, nello specifico da Casablanca, territorio ancora neutrale. Qui tutti conoscono Rick Blaine (Humphrey Bogart) rinnegato statunitense e proprietario del locale più famoso della città: il Rick’s Café Américain.
Una sera gli si avvicina un certo Ugarte (Peter Lorre), chiedendogli di tenere per lui due lettere di transito (rubate a due soldati tedeschi), richiestissimi documenti che permettono di raggiungere Lisbona e quindi, successivamente, per gli Stati Uniti, al fine di avere una più libera trattativa nel negoziarne il prezzo. Il giorno successivo, sempre nel suo locale, lo stesso Ugarte, viene arrestato con l’accusa di omicidio, dal capitano della città Louis Renault (Claude Rains) e nel medesimo momento, compaiono il famoso membro della resistenza Victor Laszlo (Paul Henreid) e sua moglie Ilsa Lund (Ingrid Bergman), sua vecchia conoscenza.

Il cinema vive di emozioni, di storie che trovano la loro unicità nei sottili tessuti delle sensazioni che esse provocano. E quando è cosi, come sempre accade, il tempo si assottiglia trasformando un “semplice” film a qualcosa che si avvicina al concetto di eterno.
Casablanca è un film dai contorni unici, dai tratti decisi, circondato da una bolla di immenso che illumina i suoi protagonisti di una luce prorompente e a cui non è possibile non cedere. E’ l’oscuro racconto del destino e di come spesso si prende gioco di noi in quel contorto gioco del possibile cosi vicino da sentirne il respiro, venendone inebriati. E’ il racconto dell’anima, dei suoi segreti, delle sue angosce, di come certe cose ti entrano nel cuore percorrendo tutto il corpo, diventando parte di te a prescindere da luogo, distanza e pensieri.

Michael Curtiz, autore di più di 250 film, ci narra una storia complessa, riuscendo a trovare i sentimenti in uno dei momenti più barbari della nostra storia moderna. In mezzo alle bombe, i sacrifici, le morti, trova una zona al limite, quasi fosse in una specie di terra di mezzo, dove c’è ancora spazio per la speranza, l’altruismo e soprattutto l’amore assoluto, quello nel quale ti annulli per il suo bene. E lo fa con inquadrature semplici ma concrete, lasciando che tutti, ripeto tutti, i protagonisti, le arricchissero con le loro interpretazioni, di colori al di la del bianco e nero di produzione. La storia tratta da un’opera teatrale, è impreziosita da una sceneggiatura concisa ma che lascia spazio a tutta l’immaginazione di cui si può disporre. In certi momenti come per magia, si apre la parte del sogno in cui i gesti e le sensazioni prendono vita, legate, soprattutto, e non potrebbe essere altrimenti, a Rick e Ilsa. La loro è una storia travolgente, di quelle che ti lasciano fermi, intrisa di poesia e di silenzi a cui solo dopo molti anni il destino ha deciso di rispondere. E cosi, dopo la pioggia di Parigi, che ha fatto tutto, tranne che lavare l’anima, i due si ritrovano uno di fronte a l’altra, con una valigia piena di rimpianti, anche se per motivi diversi.
Valigia che però, si svuota velocemente, lasciando posto al riaccendersi di una passione mai sopita e che, infatti, gli anni, la sofferenza, la delusione e un marito di mezzo, non sono riusciti neanche a intaccare. E’ come se quel meccanismo di autodifesa che ci si è creati, in certe circostanze, non ha effetto, sbriciolato da uno sguardo, una parola o un abbraccio, senza che uno riesca nemmeno ad accorgersene.

Raramente ho trovato un livello interpretativo cosi alto in tutti gli attori, come in questo film. Intorno ai fantastici Ingrid Bergman e Humphrey Bogart, infatti, ci sono tutte una serie di prove individuale e corali di una solidità a tratti disarmante. E’ chiaro che i due sopracitati sono coloro che tengono la scena, disintegrando lo schermo, ma è pur vero che faccio fatica a non considerare co-protagonisti Claude Rains e Paul Henreid, soprattutto per il carisma con cui hanno interpretato i loro personaggi.

Pocanzi parlavo della sceneggiatura tutt’altro che prolissa, essenzialità che non le ha, comunque, impedito di regalare frasi che sono entrate di diritto nella storia del cinema. Basti pensare che, secondo American Film Institute, sei delle prime cento citazioni più celebri, appartengono proprio a Casablanca. Fra queste, insieme alla poetica, quasi disegnata nel cielo, “Suonala, Sam. Suona Mentre il Tempo Passa”, personalmente adoro, Fermate i soliti Sospetti, in quelle che è il corollario di un finale che racchiude quei concetti di speranza, altruismo e amore di cui parlavo in testa.
E proprio il finale ha arricchito il film di uno strato di magia ulteriore legato a quell’idea dell’amore che ha come primo compito quello di rendere felice la persona a cui è destinato, spogliandosi di quel vestito di egoismo che spesso indossa. Riflessione che non credo abbia comunque impedito a nessuno, di avere l’amaro in bocca nel momento in cui quell’aereo ha preso il volo, nonostante il nuovo amico trovato, nella convinzione che Parigi poteva essere un possibile futuro oltre che a un indelebile ricordo.

Jonhdoe1978

Casablanca

Casablanca
8.3

Valutazione Complessiva

8.3/10

SCHEDA

  • Regia: Michael Curtiz
  • Anno: 1942
  • Durata: 102'
  • Genere: Drammatico

Interazioni del lettore

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