
Non sono tra quelli che considerano Ridley Scott un improvvisato fortunato o il fratello sbagliato da ammirare e neanche appartengo alla schiera di coloro che si alza in piedi ai titoli di testa (vale per lui come per altri registi) sicuro che sarà un grande spettacolo.
Certo, la carriera aiuta e in casi del genere l’asticella dell’aspettativa si alza o si abbassa, ma ovviamente non deve essere il parametro di giudizio. Tutto questo per dire che, senza quindi un prevenuto di base e al di là della valutazione generale di pubblico e critica, e dei premi (ha vinto due Oscar), considero Black Hawk Down un film poco riuscito.
La mia affermazione trova il suo fondamento, ovviamente dal mio punto di vista, su due elementi ben distinti: una moralità cosi cercata e marcata tanto da diventare stucchevole e artefatta e una distorsione esagerata sull’opportunità della guerra e sulla sua immoralità.
Prima, però, di arrivare a questo è necessario fare un passo indietro e precisamente alla prima mezz’ora. Black Hawk Down segue uno schema ormai conosciutissimo per il genere e cioè prendersi del tempo iniziale per far prendere allo spettatore confidenza con i personaggi. La ragione è semplice: più si sa di loro e della loro storia e più, in caso di perdita, si ottiene l’effetto emozionale. Pur se fatta con i giusti canoni, quindi, nulla di nuovo o di particolarmente originale. Terminata questa parte, ecco che ne inizia un’altra, che poi sarà tutt’una sino alla fine, che mostra da una parte la capacità di Scott di saper girare a velocità elevatissime e dall’altra, ed ecco che torniamo ai punti pocanzi evidenziati, l’eccessiva voglia di spettacolarizzazione morale della storia. Se si esclude il personaggio interpretato da Tom Sizemore, il tenente colonnello Danny McKnight, che infatti è di gran lunga il migliore, tutto il resto sembra essere una banda di anime pie che vogliono regalare il paradiso al mondo. Per carità, non metto in dubbio le intenzioni specifiche di quei battaglioni, ma tale raffigurazione mi è subito apparsa non realistica e quindi, immensamente distante. Anche il senso generale della condanna della guerra è veramente esasperato, la figura del generale è a volte imbarazzante in tal senso, e tende alla lunga a smarrire il suo messaggio. Io credo, cavalcando l’indole umana, che nelle dinamiche di una guerra ci siano persone con una qualche moralità sia da una parte che dall’altra, fare un solco tra buoni e cattivi senza mostrare una sorta di terra di mezzo è fuorviante e narrativamente pretestuoso.
Proprio questa scelta, ha fatto si che anche nella morte il cuore non sia andato in fermento ed ha accettato, tomba completa di film del genere, quasi passivamente le immagini che gli passavano davanti. In sostanza, è arrivato molto poco del pathos e della disperazione di quei momenti con l’attenzione, lo ammetto, che per molti tratti ha vacillato.
L’unico elemento che ha tenuto sino alla fine, che poi riguarda le due ore rimanenti dopo la preparazione iniziale, è il modo con cui Scott ha tenuto in mano azione, sparatorie e i continui movimenti. Ha cercato, riuscendoci, di variare spesso le prospettive dando cosi pesantezza diversa a seconda della posizione e della prospettiva dei soldati. Peccato, ovviamente, che alla fine tutto sia diventato un esercizio di pure stile.
Nonostante in Black Hawk Down sia presente, almeno per quello che hanno fatto anche in seguito, un cast importante, pensiamo a Josh Hartnett, Ewan McGregor, Erica Bana, Orlando Bloom, Jason Isaacs e William Fichtner, il vero mattatore del film è, come detto, Tom Sizemore. Il motivo sta proprio, come accennato, al di là della sua capacità di sporcare ogni personaggio, nel fatto che in lui si mostrano quella moralità e quel cinismo tipico di un certo tipo di situazioni cosi al limite. Insomma, non è un santo come appaiono gli altri e viva Dio. Peccato che sia l’unico.
L’epicità e la purezza di cuore è accettata e vissuta se si riferisce a un singolo uomo e questo perché la singolarità crea veridicità e immedesimazione. Se questo concetto lo si estende alla pluralità, si perde di unicità e di conseguenza, di accettazione e predisposizione ad accoglierla. Se poi tale sovrapposizione, che poi è la maggior parte dei casi, la si sposta nell’ambito militare e/o di combattimento, tale condizione diventa addirittura fondamentale. E non si può neanche dire che Ridley Scott non conosce o conoscesse questo requisito emozionale (vedi Alien, qui si che anche i presunti buoni erano misti e non proprio ligi al dovere, Il Gladiatore, Soldato Jane, Exodus, The Martian), e questo fa si che l’inciampo risulti ancora più rovinoso. E a parziale giustificazione non regge il fatto che si tratti di una storia vera, anzi proprio questo, considerando il ruolo delle truppe speciali e il modo con cui hanno sempre affrontato tale situazioni, a mio avviso, diventa una pesante aggravante.
Jonhdoe1978























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