
Il mondo della distribuzione cinematografica segue delle regole che a volte sfuggono da una pura logica commerciale. Esistono, infatti, numerosi film che per qualche oscura ragione, hanno avuto una limitata uscita nelle sale e altri che non l’hanno proprio avuta e questo a prescindere, dalla reale valenza dell’opera.
Jonathan Flynn (Robert De Niro) ha abbandonato la sua famiglia molti anni fa, in parte perchè finito in prigione e in parte per inseguire i propri sogni da scrittore.
Nick Flynn (Paul Dano) ha vissuto tutta la sua giovinezza solo con la madre (Julianne Moore) nella vana attesa del ritorno del padre e ora è alla ricerca della sua strada.
Dopo essersi rivisti dopo più di 20 anni con la scusa di un trasloco, i due si rincontreranno nel dormitorio per senza tetto dove Nick ha iniziato a lavorare e Jonathan a vivere…
Il mio amore per Robert De Niro è cosa risaputa cosi come l’opinione, dai più condivisa, che da un certo punto della carriera sia le scelte dei film che le interpretazioni in essi contenute, non sono state all’altezza di quelle a cui eravamo abituati. Ma le convinzioni sono fatte per essere smentite, a volte anche categoricamente, e Being Flynn lo fa in maniera netta, forte, prepotente.
Bob torna a splendere in maniera indelebile, ritrovando improvvisamente tutta la poesia che l’ha contraddistinto per almeno vent’ anni di carriera, regalando una prova piena, struggente e convincente sotto ogni punto di vista.
Il film è uno scivoloso viaggio dentro i fallimenti di una vita e nel modo in cui siamo in grado di affrontarli una volta che ci hanno tolto quasi tutto. Una discesa lenta quanto inesorabile, un grattare via un pezzo in più di vita ogni giorno, attaccandosi a l’unico cosa rimasta: la dignità. In questo sprofondo, un padre e un figlio, il loro rapporto logoro ancor prima di cominciare, incrinato da troppi anni di silenzi, troppi anni di domande, nonostante le tante lettere.
Le due situazioni vanno di pari passo: quanto più la loro situazione personale precipita più si allontano come persone facendo riemergere, ognuno a modo suo, i demoni di sempre. E a nulla servono alcol e droga, utili solo a donare qualche ora di pace presentando poi, ogni volta un conto più salato sia per il corpo che per lo spirito. Un percorso di autodistruzione che cela un grido disperato, una voglia consapevole e inconsapevole di riprendere i fili della propria vita, di dire a tutti che ci sono, che esistono e che nonostante i pugni presi sono ancora in piedi.
Jonathan con la sua corazza di parole, il suo illudersi continuamente che è il mondo a non averlo ancora capito, negandogli quello che merita. Nick che tenta di aggrapparsi a una collina che sta franando, continuando a non trovare i punti di riferimento persi, prima con il padre e poi con la madre, che, troppo schiacciata dalle responsabilità, ha salutato troppo presto, il mondo.
I due si negano continuamente, sbattendo la porta, per poi ogni volta, affacciarsi di soppiatto per vedere dov’è l’altro, stando bene attenti a non farsi vedere quasi fosse una colpa cercare di ritrovare uno sguardo dopo troppo tempo di assenza.
Paul Weitz (Oscar per About a Boy) utilizza il vero libro autobiografico di Nick Flynn per raccontare un genere diverso rispetto a quella a cui era abituato, riuscendo a trovare un perfetto equilibrio tra profondità e narrazione. Il rischio, neanche troppo lontano, era quello di entrare troppo nel melodrammatico superando quella linea che rende stucchevole una storia fatte di difficoltà cosi estreme. E questo soprattutto per chi non si era mai affacciato alla parte drammatica del cinema.
Ovviamente è stato aiutato dagli attori che hanno dato enfasi e struttura ai sentimenti e alle situazioni. Accanto a un, come detto, straordinario Robert De Niro, c’è, infatti, Paul Dano che, partito in sordina, riesce a mettere un’impronta forte e decisa alla storia, risultando complessivamente assolutamente credibile.
Facendo seguito alla premessa, trovo assolutamente assurdo che questo film sia stato distribuito in maniera limitata nelle sale americane e in nessuna sala in Italia. E non c’è stato neanche un ravvedimento strada facendo, quasi come se la stessa produzione non avesse creduto sin da subito al progetto, limitando il budget iniziale per tale attività. L’errore a mio avviso è stato evidente, perseverato poi, dalla mancanza di distribuzione anche in home video. Un danno oltre alla beffa.
Being Flynn è un film che infonde delicatezza al di la del suo essere cosi schietto e crudo. Ci racconta di un mondo nascosto, quasi invisibile, che naviga attraverso panchine fredde, ventole tiepide esterne, vestiti usati, bagni improvvisati e caldi bar notturni che chiudono troppo presto. Una vita al limite che si barcamena tra l’esserci e il non esserci. In questa situazione, Jonathan, a mio avviso, trova la forza di cercare sempre un piccolo centimetro in più per andare avanti solo perché ha ritrovato Nick, l’unica cosa che gli è rimasta dietro a un’esistenza di solo apparenza e speranze disattese. E Nick ritrova la retta via propria nella disperazione del padre, quasi come a ribellarsi a non essere come lui, frase con la quale si è confrontato per tutta la vita.
Un messaggio di speranza, sul fatto che la vita per quanto si possa accanire riesce in un modo o nell’altro a darti uno, due, a volte anche tre nuove occasioni seppur con modalità spesso diverse. L’unica condizione che ci mette è quella di fare pace con noi stessi, di riuscire a convivere con i propri limiti, le proprie ostinazioni e capire che a volte bisogna lasciare il passo o come ha fatto Jonathan, lasciare l’ultima parola a chi vogliamo bene.
Jonhdoe1978























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