
La vita è un enorme masso di granito, i cui singoli pezzi non sono altro che le varie esperienze che man mano facciamo nella vita. La sua solidità e il suo aumentare di diametro sono figlie soltanto dalla certezza che ci sia un domani e questo perché alla fine i sogni e le aspettative del futuro sono il suo vero e unico collante. Quando infatti, la data di scadenza diventa visibile, quell’enorme massa si sgretola trasformandosi da pietra filosofale di quello che siamo e saremo in un grande libro di soli ricordi e, qualche volta, rimpianti.
Sono molti i film a tema morte/ultimi giorni, ma questa, come invece ho letto molte volte, non può essere una discriminante di mancata originalità. Se ci pensiamo bene sono tantissime anche i progetti sulla guerra, sul rapimento e contestuale strage per riprenderseli mogli e figlie, commedie di amori prima si, poi no e alla fine si e potrei continuare. Tutto questo per dire che, almeno di casi evidenti di plagio, la vera differenza la fa il come e soprattutto, quanto di quella storia riesce a toccarci. Da questa lunga premessa, che poi è la risposta agli appunti mossi dalla critica di settore su questo film, in controtendenza al pubblico, pare ormai evidente che a me Arrivederci professore è arrivato e in alcuni tratti travolto. La razionalità e lo stile in casi come questi, si parla evidentemente di racconti intimi e quindi per definizione ad effetto personale, passano in secondo piano, soppiantate da tutto il cuore che riesce a invadere. A questo punto la domanda cambia prospettiva e si indirizza verso il motivo per il quale tale film mi ha cosi colpito. Partiamo da un presupposto fondamentale: io non so voi, anche per esperienza diretta, mi chiedo spesso cosa farei se mi dicessero: “Hey amico, guarda che questa può essere la tua ultima estate”. E devo dire che molte delle cose che ha fatto il professor Brown, almeno concettualmente, sono quelle che ho pensato farei io. Il non affidarsi a nessuna cura se ormai la sua unica funzione sarebbe quella di allungare il brodo, evitare qualsiasi momento di lucidità, almeno all’inizio, per evitare di pensare e razionalizzare e soprattutto, l’idea di far evitare a chi volgiamo bene lo strazio dell’ultimo periodo. Certo, tra il dire e il fare ci sono sempre di mezzo oceani e momenti, ma questo non toglie che comunque ognuno ha la sua idea sul come affrontare l’argomento.
Di certo l’intenzione e i principi da soli non potevano e non possono bastare per determinare un’emozione e un progetto riuscito e qui entrano in ballo i particolari e l’interpretazione. Il praticamente sconosciuto Wayne Roberts, ha scritto e diretto questa pellicola con assoluta capacità e delicatezza, riuscendo nel difficile compito di bilanciare la disperazione all’esigenza narrativa di creare un minimo di positività su cui aggrapparsi. Appesantire troppo un tema del genere ha spesso come conseguenza quella di annullarne l’effetto spersonalizzandone l’umanità e quindi la vicinanza. Dal mio punto di vista, infatti, la cosa importante era di rendere lo spettro di possibilità dell’agire e delle conseguenze non a senso unico dando comunque la propria versione dei fatti (che in questo caso coincide con la scelta).

Per quanto riguarda l’interpretazione, c’erano molti più dubbi di quelli che si potesse pensare. Johnny Depp veniva da un lungo periodo di appannamento, le ultime uscite, Sparrow compreso, erano stato molto deboli e quindi non era cosi scontato che riuscisse a tenere scena e sentimento con la giusta tensione. Parliamo chiaro, Arrivederci professore alla fine, è un one man show e, di conseguenza, se non fosse stato eccelso nei panni del protagonista tutto il resto sarebbe stato disastroso e debole. E, invece, Johnny tira fuori un’interpretazione solidissima e che ti fa tornare indietro negli anni quando l’attore americano faceva luccicare tutto quello che toccava. Certo, la parte del ribelle/autodistruttivo gli è sempre calzata a pennello, ma ci voleva quel quid di empatia che aggiungesse il cuore all’attitudine.
Se escludiamo i minuti antecedenti alla fine, io credo che il film abbia detto tutto ciò che voleva in maniera solida e romanticamente disperata. La stessa conclusione è assolutamente pertinente e lascia quel giusto sospeso emozionale nell’ambito comunque di un destino inevitabile. Sotto certi aspetti mi ha ricordato, con le giuste proporzioni, la fine di Dottor House, anche se li le ripercussioni e il percorso erano e sono assolutamente diverse e, ovviamente, meno intense. Piccolo critica sulla durata. E’ vero che allungare il brodo non sarebbe servito a nulla, anzi, ma un pizzico di attenzione in più, soprattutto, nei momenti pocanzi evidenziati (quelli pre-fine per intenderci) non sarebbe guastata e molto probabilmente avrebbe reso ancor più scivoloso (nel senso buono) l’ultimissimo tratto della storia.
L’esperienza ci dice che in momenti come questi la lucidità la perde più chi rimane che chi invece, deve andare via (ci sono ovviamente sempre le eccezioni). Il classico detto “la morte è un problema dei vivi”. Se questo sotto molti punti di vista è innegabile, Arrivederci professore si focalizza solo sulla sorte del protagonista lasciando, tranne qualche piccolo esempio che si può racchiudere nell’amico Peter (il rapporto finale con la figlia è la “leggerezza” più volte sottolineata), in secondo piano tutto il resto. Essendo una scelta, quello che si potrebbe criticare è la realizzazione e non mi sembra questo il caso.
Andando a chiudere, nella recensione di Domani un altro giorno nelle ultime righe ho scritto: “L’immagine che mi ha lasciato è di una barca che veleggia verso l’orizzonte in un tiepido caldo di settembre, con il suo capitano che alza la mano, sicuro che sia un arrivederci”. Stavolta l’immagine che ho avuto, invece, è: di una barca che si sforza tra le onde di mantenere la rotta con il suo capitano che alza mano, sperando che sia un arrivederci.
Jonhdoe1978
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