Ci sono i film…poi ce stanno questi! Dopo i “Bellissimi di Rete Quattro”, una nuova puntata de i “Dimenticabili di Cineastio”
TITOLI DI TESTA: buio…in sala.
TRAMA: ci stanno i film brutti. Poi ci stanno i film tratti dai videogiochi. E poi ci stanno i film di Uwe Boll, che sembrano una categoria a parte, tipo le malattie rare o i fenomeni atmosferici estremi. Alone in the Dark è uno di quelli.
Ed è pure riuscito nell’impresa più difficile: prendere il nome di uno dei videogiochi horror più importanti di sempre e facce una roba che col videogioco c’entra quanto un supplì con la fisica quantistica. Perché sì, il film si chiama Alone in the Dark. Ma è un po’ come chiamare una Panda “Ferrari Testarossa” e sperare che nessuno se ne accorga.
Nel videogioco c’erano atmosfere horror, tensione, mostri, misteri e quella sensazione costante che qualcosa stesse per saltarti addosso. Qui invece c’è Christian Slater. Che interpreta Edward Carnby, investigatore del paranormale, archeologo, agente segreto, esperto di antiche civiltà, probabilmente pure elettricista e amministratore di condominio visto che il film gli fa fare qualsiasi cosa.
La trama è una meraviglia. Esistono antiche creature demoniache provenienti da una dimensione oscura. Ci stanno manufatti misteriosi. Portali. Porte di legno. Scienziati. Organizzazioni segrete. Mostri. Mostre. Pistole. Esplosioni. E praticamente nessuna idea chiara di come collegare tutto.
È uno di quei film che dopo venti minuti ti fa dire: “Vabbè, magari adesso spiegano.” Manco per il cazzo. Christian Slater gira per il film con la faccia di uno che ha appena scoperto di stare in un film di Uwe Boll. Accanto a lui c’è Tara Reid che sembra aver ricevuto la sceneggiatura cinque minuti prima delle riprese.
I dialoghi sono spettacolari. Nel senso che ogni tanto resti davvero a bocca aperta e pensi: “Non può averlo detto davvero.” E invece sì. L’ha detto. Ma il capolavoro resta la regia. Perché Uwe Boll (uno che ancora devo capì da dove tira fuori i soldi per fare film) non gira le scene d’azione. Le aggredisce. Zoom a caso. Montaggio impazzito. Luci da discoteca. Macchina da presa che gira come se qualcuno avesse inciampato nel treppiede. Una roba che sembra montata dopo tre Red Bull e una notte insonne.
E il bello è che ogni tanto il film sembra convinto di essere una cosa seria.
TITOLI DI COSA: in pratica è una trashata consapevole dove il regista ci crede davvero. E forse è questo che fa più paura dei mostri. Alla fine Alone in the Dark resta una delle più grandi occasioni sprecate nella storia degli adattamenti videoludici. Non prende l’atmosfera del gioco. Non prende i personaggi. Non prende il tono. Prende solo il titolo. E forse te prende pure per il culo. L’ennesima cagata firmata Uwe Boll.
EXTRA: nulla da aggiungere
Mklane
























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