
Doppia premessa.
Se non fosse stato per Camp X-Ray che mi ha stimolato a cercare nell’ambito del mio rastrellamento di Dvd tra l’online e i negozi di settore, i titoli con protagonista Kirsten Stewart, questo film quasi sicuramente non l’avrei mai visto. E’ vero che a differenza di molti altri di questa mia ricerca/rubrica si trova su Prime (anche se a pagamento), ma dubito che nella logica di una rotazione mi ci sarei mai imbattuto.
A cascata di questo pensiero me ne è venuto un altro, decisamente più attinente al cinema e che riguarda come non tutte le opere sono aperte o adatte a ogni età. Sostanzialmente Adventureland è una storia settoriale e non per il tema e/o cuore del discorso.
Cerco di spiegarmi.
La storia è di quelle prettamente adolescenziale: i primi amori, le prime delusioni, i contesti familiari e sociali differenti, i primi scontri ormonali e di crescita e i dubbi sulle prospettive e opportunità di vita. Niente che noi non conosciamo e che in un certo modo, chi più e chi meno, riusciamo sempre a rivivere quando c’è la possibilità a patto, però, e veniamo al motivo della mia affermazione, che il modo e le sfumature ce lo consentano. Ecco, io credo che ad Adventureland dall’alto di una gestione complessivamente buona, e ci torno subito, manchi il tocco dell’eternità cosa che comporta che la storia entra nella pelle dello spettatore solo se si è vicini a quell’età. E la cosa non è propriamente automatica: ci sono decine di racconti di ragazzi di 20 anni che ti rapiscono e che non solo ti fanno riesplodere i ricordi ma che riescono a traslarti oltre l’età del momento costringendoti anche a fare i conti con quello che pensavi e che pensi.
La motivazione di questo mancato passaggio, però, non è cosi scontata perché alla fine i temi, come detto, sono quelli giusti (anche le motivazioni cercano di portare i protagonisti sopra la semplice anagrafica) e va ricercata nell’approccio. In tutto il film c’è una sorta di dare e togliere che, sempre a mio avviso, non permette a personaggi e dinamiche di esplodere e/o di andare oltre facendo, appunto, confinare tutto in quel range di età. Entrando un attimo nello specifico, ci sono momenti che nella normalità (pensiamo a un tradimento) non potrebbero passare inosservati o che comunque comporterebbero conseguenze emotive esplosive e/o a alto (non dico di arrivare alla Dawson’s Creek, magari) impatto e che invece qui vengono risolte con una calma quasi surreale o comunque molto più vicina all’età inferiore.
Lunga premessa finita, ciò non toglie che chi lo ha visto nel periodo giusto o, con le conseguenti difficoltà, riesce a forzarsi nell’immedesimazione, la pellicola ha tanti pregi a partire dal ventaglio di situazioni che analizza. Sostanzialmente non ci narra solo una dinamica ma tante diverse seppur in qualche modo unite dallo stesso filo. Se escludiamo, infatti, il personaggio di Ryan Reynolds (anche lui un filo leggero per quello che doveva rappresentare) tutti gli altri ci portano nelle secche della crescita, momento nel quale vale niente e vale tutto. E il fatto che ci si porti dentro una giusta varietà di condizioni eleva il film da semplice racconto di un sogno di amore di mezza estate (nel seno etimologico) a qualcosa di più pieno.
Altra luce, ma qui era più facile, la parte recitativa. Più facile perché in questo ruolo sia Kirsten Stewart (al di la della mia predilezione) che Jesse Eisenberg (i suoi problemi inizieranno più avanti) sono attendibili e soprattutto possibili. Certo anche loro si adattano alla sceneggiatura e all’impostazione del suo autore, ma per quello che gli viene chiesto sono stati pienamente all’altezza.
Come è facile da capire non è proprio facile commentare questo film o meglio, il giudizio è variabile. Sono convinto, e le motivazioni ora dovrebbero essere chiara, che se lo avessi visto all’uscita e poi ora la mia sensazione/idea probabilmente sarebbe stata diversa. Per carità, ognuno sceglie il suo target e la sua impostazione, ma dal mio punto di vista si sarebbe dovuto usare un po’ di più, o meglio ampliare la portata emotiva di alcuni momenti. Alla fine, infatti, la storia ci parla di verginità, sesso occasionale, tradimenti, droga giovanile, tutti argomenti non propriamente da piccoli ma se poi non allunghi la mano ecco che rimane tutto un po’ frenato. Non mi sorprende, quindi, che Greg Mottola, regista e sceneggiatore, non abbia poi fatto molto altro, in questo campo le vie di mezzo non premiano o meglio, premiano casualmente e quel casualmente alla fine chiede sempre il conto.
Chiudo con quello che del film mi è piaciuto di più: il senso dell’amore e delle possibilità. Premetto (di nuovo) che forse molto di questa sensazione dipende dalla mia di sensibilità e approccio al tema, ma quel concetto di aura ideologica di una ragazza o di un ragazzo (al di la del passato) mi è sempre piaciuta. Per carità, io sono di quelli, e l’ho evidenziato, che in certe situazioni trova inevitabile andare in escandescenza, ma trovo anche poetico e sognate (un po’ seguendo il discorso che ho fatto nella recensione di On the road) percorrere le seconde possibilità, il riuscire a delimitare errori e complicanze per darsi una nuova alternativa. E poi l’idea che la prima volta sia di quelle cose che non bisogna dimenticare mai, secondo per secondo e nel senso buono, rimane una delle necessità della vita. Abbiamo bisogno di un po’ di romanticismo privato da conservare e assorbire giorno dopo giorno e quello credo sia uno di quelli che ci possiamo scegliere.
Jonhdoe1978























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