
La ragione per cui ho visto questo film ha un nome e un cognome: Kirsten Stewart. Recentemente mi è capitato di vedere Camp X-Ray e mi si è riacceso quell’ascendente istintivo che ho sempre avuto verso di lei portandomi, nell’ambito del mio consueto rastrellamento mensile di dvd tra la rete e i rivenditori specializzati, a cercare produzioni con lei protagonista. Tra quelli trovati c’era, appunto, On the Road.
Tratto dal romanzo Sulla strada di Jack Kerouac, On the road è un film dall’inizio poco immediato e un pelo troppo confuso. I personaggi si sovrappongono e spesso si fa fatica a seguire completamente la trama perdendo cosi quel processo di sviluppo e immedesimazione a cui evidentemente si puntava sin da subito. Estremamente chiaro, invece, era quell’alone di tristezza che anche i momenti più esaltanti si portavano dietro, era come se tutto quello di assurdo, estremo e viscerale mostrato fosse una cartolina dei ricordi e non un processo per un sempre. Questa sensazione mi ha preso completamente dopo circa 40 minuti l’inizio del film (più o meno il momento in cui sono riuscito ad entrare nelle sue dinamiche in maniera definitiva) e non mi ha più lasciato e a conti fatti non mi sbagliavo. Per carità, non era cosi difficile capire che c’era tanta provvisorietà in quella provvisorietà, ma credo che quello che ho sentito era qualcosa di più e la fine (l’evento finale posso definirlo nella sostanza quasi autobiografico) me lo ha confermato.
La storia ci parla di due grandi amici, Sal e Dean che cominciano a girare l’America alla ricerca di esperienze, motivazioni, scopi ed emozioni. Il loro è un viaggio a tratti metafisico nel quale la ricerca continua è di un nuovo limite: l’alcol non basta più, la droga non basta più, la sessualità normale non basta più e la sperimentazione sociale non basta più. Ogni posto nuovo è un miraggio verso qualcosa di ulteriore e quello che ci viene mostrato è che questo continuo cercare oltre è sintomo, gli scricchiolii la storia le evidenzia bene, di una mancanza di fondo e tutto quell’amore e quell’affetto tanto esaltato non è altro che uno specchio distorto di quello che dovrebbe essere.
Non è detto, però, che questo ambito abbia gli stessi effetti per tutti. Dean si è piano piano perso in questa overdose di vita perdendo appunto i parametri e i valori. Sal, invece, è riuscito in qualche modo a tenerli quei parametri facendo esaltare quel senso di tristezza di cui dicevo all’inizio e che non si è spento neanche negli ultimi secondi nonostante un messaggio tutto sommato aperto e possibile sul senso del futuro.
Tristezza si diceva e che dal mio punto di vista è duplice. Perché è vero che alla fine tutto gira sul burrone tra i due amici, ma è anche vero che l’amaro in bocca era iniziato prima. Avvertendo che da qui in poi possono esserci elementi di spoiler, già l’addio tra Sal e Marylou mi aveva dato probabilmente più di quello che si cercava rappresentando per come l’ho vissuto io e al di la delle esagerazioni sessuali, il fallimento di un’opportunità. Tra i due c’era un’alchimia particolare e anche se quella doveva essere una parentesi di vita destinata evidentemente a finire, c’era un’aurea che poteva esplodere e rendere immortale, appunto, quel tentativo di evasione. Ovvio che era probabilmente complicato armonizzare quell’ambito alla normalità, ma l’idea che mi ero fatto (probabilmente proprio perché parliamo della Stewart e quindi mi ha invaso di nuovo quella sensazione di cui dicevo all’inizio) era più sognante e speranzosa. Insomma, quel senso eternità che certi incontri possono creare e dare.
Detto questo e come accennato pocanzi, è ovvio che il vero tormento del film è il rapporto tra i due ragazzi, legati da due genitori assenti/scomparsi e divisi dalla prospettiva di vita: scrittore ideale uno, prendere tutto come viene l’altro. Come dicevo poche righe fa, passare dal fare praticamente tutto insieme a pensare solo a se stessi il passo è breve e la mia esperienza me lo ha insegnato. Per chi come Sal subisce quel cambiamento devo dire che qualcosa ti si rompe e quel tutto per sempre a cui hai sempre creduto diventa un “piedi di piombo” dal quale difficilmente ti libererai. E’ chiaro che questa sovrapposizione ha fatto in modo che la percezione di tutta la storia sia stata per me più intensa dell’oggettivo, ma non si può neanche non ammettere che alla fine il film da per quello che voleva.
Ripeto, e vado a chiudere, che quella polvere di tristezza e a tratti rassegnazione è il vero punto forte di questa produzione, se non altro perché ti scava piano piano e sempre con maggiore forza secondo dopo secondo. La fine, concettualmente perfetta, forse avrebbe dovuto essere visivamente più emotiva ma il suo dovere lo fa almeno per come l’ho vissuta io.
Ultimissima cosa, mi ha fatto sorridere che questa storia è l’adattamento della reale esperienza dell’autore, ho immaginato una sorta di trilaterale del tradimento e per un momento ho sentito di aver condiviso completamente (cosa mai realmente fatta) quella delusione provata all’epoca. Solita magia del cinema.
Jonhdoe1978























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