
Quando nella mia classica ricerca mensile di Dvd/Blu-ray tra l’on line e i negozi di settore, mi sono imbattuto in un titolo che ho scoperto combinasse il Sundance film festival con Kristen Stewart la scelta di acquistarlo o no si è trasformata in pura formalità. Per il primo ho sempre nutrito una sorta di intima gratitudine e ammirazione e questo per come da anni da voce a progetti e registi che senza non avrebbero possibilità (o comunque molto poche) di mostrare il proprio talento e la loro idea. Per la seconda, come accennato nelle recensioni di On the road e Equals, ho sempre avuto una sorta di misterioso magnetismo e questo film lo ha in qualche modo risvegliato portandomi a cercare e comprare alcuni titoli con lei protagonista.
Amy Cole (Kristen Stewart) decide, per allontanarsi da casa, che sente stretta, di arruolarsi nella polizia americana. Come primo incarico viene affidata alla guardia carceraria Guantánamo, luogo dove vengono tenuti alcuni presunti terroristi ritenuti vicini all’attentato di 8 anni prima alle torri gemelle.
Come è facile capire dall’intro questo è un film su cui pesa tantissimo il fattore tempo. La tematica trattata, infatti, comporta che più ci si allontani dall’11 settembre del 2001 e più lo spettatore riesce ad analizzare e capire con lucidità le dinamiche e le motivazioni della storia.
Quello che infatti l’esordiente Peter Sattler vuole fare è invertire i termini di analisi e paragone tra i due schieramenti cosa che un nervo scoperto non avrebbe reso possibile. Detto questo, la storia cerca di estraniarsi dal singolo concetto di guerra portandoci più su un terreno di sensazioni e percezioni. Si parte da una condizione di divisione netta per poi scendere piano piano sul concetto più ampio di affinità, credenza, attitudine e perché no accettazione e condivisione di sbagli e cambiamenti. In questo modo il bene e il male che crediamo a prescindere di avere e sapere cambia continuamente prospettiva sino ad arrivare alla pura e semplice accettazione che in qualsiasi schieramento esiste il giusto e lo sbagliato, il buono e il cattivo, il cinico e l’arrogante.
Quasi tutta la storia gira sul rapporto tra Amy appunto e Ali (Peyman Moaadi) recluso li da 8 anni e in attesa di qualche cambiamento governativo che lo faccia o liberare o almeno ridurre la pesantezza della pena. Come è facile capire la proporzione di conoscenza e rapporto dei due aumenta con il passare dei minuti e questo mentre la storia ci faceva vedere l’altra parte della medaglia e cioè le nefandezze che comunque lo stato americano o meglio, i militari americani hanno fatto a queste persone. Vista cosi si potrebbe pensare che la strada che Sattler voleva intraprendere era una sorta di spiritualizzazione al contrario degli eventi e invece, ed è questa secondo me la fortuna del progetto, l’intenzione era proprio un’altra. Camp X-Ray non da giudizi definitivi e anzi gioca proprio sul fattore dubbio. Noi non sappiamo se Ali (le immagini iniziali sono appositamente interpretabili) abbia fatto parte o no della cellula di Al qaeda e quello a cui si vuole arrivare è di avere una definizione della persona e del rapporto a prescindere da quello che è stato. E’ una sorta di sensibilizzazione sui rapporti e soprattutto dell’identità strana degli stessi. Questo specie di amore/amicizia ha l’ambizione, perché di questa si parla, di mostrare come l’origine delle emozioni e dei sentimenti non è univoca e ha sviluppo e/o micce sempre diverse. La vicinanza sta nelle vibrazioni e esse hanno la facoltà di riconoscersi e di pulire, come in questo caso, il contesto per quanto possa essere scuro, oscuro e sporco. E’ ovvio che ci troviamo di fronte a un paradosso, ma proprio questa impostazione permette al concetto di arricchirsi di particolari, similitudini astratte e quindi anche di sovrapposizioni personali. Non è un mistero che proprio nei racconti potenzialmente più lontani è possibile toccare e trovare le proprie corde e di conseguenza i propri tasti.
Per quanto possa essere di parte non credo di esagerare nell’affermare che la Stewart è autrice di una grande prova in un ruolo che proprio per impostazione era spigoloso e delicato. Quello che la sua Amy doveva fare era avvolgersi prima di bambina alla prima lezione di scuola, poi da militare scavato e infine da donna libera e accondiscendente alle proprie sensazioni senza però perdere quel senso di rettitudine che la caratterizzava. E questo accompagnato da un vento di solitudine perenne per attitudine e modo di essere. Non era insomma facile e se tutto questo è arrivato…
Al momento (e a differenza di molti dei titoli che acquisto in Dvd, che poi il motivo è quello) Camp X_Ray è presente su prime. E’ evidente che ne consiglio la visione nonostante c’è da dirlo non sia un film semplice e serve un pizzico di voglia per capirlo e sentirlo. Non nego che ci sono dei momenti di stallo e di rallentamento ma questo non impedisce un fluire generale buono e direi quasi costante. Poi è ovvio che le storie e i generi hanno i loro momenti e/o le loro attitudini e sensibilità precise e su quelle c’è poco da fare se non per ognuno assecondare e percorrere le proprie.
Jonhdoe1978
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