
A quattro anni dal suggestivo e (per certi versi) sorprendente debutto di In Bruges – La coscienza dell’assassino e dieci anni prima dell’apprezzatissimo Gli spiriti dell’isola del 2022, lo sceneggiatore, regista e produttore inglese Martin McDonagh diresse il suo secondo lungometraggio, 7 psicopatici, puntando su forme e tematiche del meta-cinema…in realtà già lambite nel suo primo lavoro.
E se In Bruges aveva rivelato il regista irlandese principalmente come raffinato sceneggiatore, il suo secondo lungometraggio ne ribadisce le capacità, in un gioco autoriflessivo meritevole di rinnovata attenzione.
McDonagh confeziona in maniera brillante un’architettura narrativa dalla studiatissima e complessa intelaiatura ed invita il pubblico a scoprirne i singoli elementi e tutti i piani coinvolti. Il risultato che ne viene fuori è interessantissimo, merito anche della scelta di attori (quasi tutti) in stato di grazia.
Tra mille parentesi, digressioni e incisi, 7 psicopatici si dimostra una Dark/Pulp Comedy zuppa di sangue e, fatta esclusione per il secondo epilogo, priva di un qualsivoglia spiraglio di speranza. Un’intelligente e irresistibile commedia condita da buone dosi di violenza e umorismo nero, nella più pura tradizione filo-tarantiniana, ma che non si abbandona alla cieca emulazione di meccanismi cinematografici già visti ed analizzati nella filmografia di Quentin Tarantino, o in quella di Guy Ritchie e di Paul McGuigan. 7 psicopatici è invece una pellicola maledettamente divertente, che rivela una vigorosa robustezza e un assetto narrativo sempre coerente, seppur delirante ed eccessivo, oltre ad un particolare humor che non ha niente da invidiare ai già citati (e più celebri) sceneggiatori/registi.
Lo sceneggiatore irlandese alcolizzato Marty Franan (Colin Farrell) non riesce a definire il suo nuovo progetto editoriale dal titolo, per l’appunto, “Sette psicopatici”. Alla ricerca dell’ispirazione l’autore si imbatte in tre psicopatici veri che, man mano, sveleranno la loro natura. Il problema, a quel punto, non sarà più tirare fuori il libro, ma mettere in salvo la propria vita.
Il fine del regista è trattare i temi dell’amicizia, dell’amore coniugale, del dolore della perdita e della morte intesa come estremo mezzo di riscatto, intessuti in un’indagine sul rapporto dell’autore con la sua opera, affrontata attraverso il suo alter ego: lo scrittore che lavora ad una sceneggiatura con l’intenzione di parlare di pace universale e si ritrova immerso, suo malgrado, in una storia di serial killer psicopatici.
La trama è indubbiamente complicata, ma proprio per questo non cede mai al banale e ogni accenno e commento viene ripreso e sviluppato in un continuo armonico, anche se a tratti violentissimo. Attraverso il dolore e la sofferenza inflitta, si arriva infine ad un inno altissimo ed irrazionale alla vita e alla pace. Il romanzo e la realtà durante i 110’ della durata del film, sono in continuo intreccio, svelando man mano che la storia procede, la pazzia o la saggezza dei personaggi. McDonagh fa un lavoro eccelso, costruendo il film progressivamente e lasciando lo spettatore disorientato tra realtà e finzione per tutta la prima parte, smascherando solo con il procedere del racconto le sue intenzioni. Tutti, in fondo, sono psicopatici e affrontano le diverse situazioni creando sempre sorpresa nello spettatore.
Se siete arrivati a leggere fino a questo punto, è però doveroso fugare un possibile, quanto comprensibile dubbio: 7 psicopatici è un film serioso ed ambizioso? La risposta è: Assolutamente no. Poiché, come e più di quanto aveva fatto al suo debutto cinematografico, McDonagh costruisce una commedia dove l’intelligenza non deprime, ma addirittura esalta il divertimento, il ritmo e una paradossale e vagamente cupa, ma sempre ironicissima, spensieratezza. La capacità del regista di tirare fuori da attori straordinari il meglio, in un film che alla fine intende far sorridere lo spettatore, anche se in maniera irriverente, è il punto di forza di 7 psicopatici.
McDonagh opera per contaminazioni stilistiche e accavallamenti di contenuti, in un plot stratificato e portatore di più significati, in cui le vicende dei protagonisti si intrecciano in un continuo procrastinare reciproco, fino ad arrivare all’imprevedibile esito meta-filmico. Come hanno insegnato nel corso degli anni Joel ed Ethan Coen: “Il grottesco, nei panni della Black Comedy, aiuta molto alla riuscita di un film del genere”. Il film di McDonagh guarda molto alla narrazione in stile Fargo, trattando temi da dramma (e non solo la psicopatia) con un raffinato sarcasmo che smorza tutti i toni. L’utilizzo mimetico parodistico di stilemi filmici “Tarantiniani” e le allusioni celebrative allo Spaghetti Western di Sergio Leone, sono serventi rispetto allo scopo del regista. Fin dalla primissima sequenza si intuisce cosa ci verrà proposto: dai dialoghi quasi privi di senso e le citazioni, all’improvvisa e gratuita violenza. Tutto condito da ammalianti ingressi in scena dei personaggi, azzeccati elementi musicali e tagli di montaggio dal perfetto tempismo, per rendere più improvvisi ed inaspettati gli avvenimenti.
Ma il graffiante thrilling in salsa grottesca deve una abbondante fetta della sua riuscita alle sensazionali interpretazioni dell’intero cast: Farrell, alla seconda collaborazione con il regista irlandese, sembra sguazzare nelle vesti del suo personaggio, Sam Rockwell che sembra essere nato per ruoli come quello del pazzoide Billy Bickle e un Christopher Walken, nei panni del religioso dal passato violento Hans Kieslowski, che non si vedeva brillare così dai tempi di Prova a prendermi di Steven Spielberg. Buonissime prove anche per Tom Waits e Woody Harrelson. Il ruolo di quest’ultimo, quello del mafioso Charlie Costello, era stato inizialmente assegnato a Mickey Rourke, ma un litigio a riprese iniziate tra l’attore newyorkese e McDonagh (terminato con un’intervista in cui Rourke definiva il regista come un “Segaiolo”), fece propendere McDonagh ad una repentina sostituzione.
7 psicopatici è decisamente uno di quei film che non ci si aspetta di vedere dopo aver letto la trama. E magari non lo definirei adatto a chi propende per un cinema più “tipico”. Personalmente lo definirei uno di quei film che ti mandano a letto felici per averlo visto, con un sadico quanto mai assurdo sorriso sulle labbra.
Alessandro2esse
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