
Se chiudete gli occhi e pensate agli alieni, come ve li immaginate? Alti, magrissimi e verdi come molti film hanno raffigurato? Può darsi. Ricoperti di un composto ferroso sconosciuto? Perché no. Un corpo con una struttura simil-pelle e una statura enorme? Potrebbe essere. Assimilabile a qualche nostro animale (anche se questa è una definizione puramente nostra)? Difficile ma non impossibile. Tale e quali a noi in movenze, pensiero e attitudini? Assolutamente no!
Mills (Adam Driver) vive su un pianeta sconosciuto molto avanti tecnologicamente insieme alla moglie Alya (Nika King) e alla malata figlia Nevine (Ilaria Pellicone). Proprio per quest’ultima, le cure sono molto costose, decide di rimettersi in viaggio come pilota stellare convinto di ottenere il sufficiente per aiutarla. Durante il viaggio però viene sorpreso da uno sciame di meteoriti che lo costringe a un atterraggio d’emergenza su un pianeta non identificato.
Scott Beck e Bryan Woods sono saliti alla ribalta, aggiungerei giustamente, per aver ideato e scritto la sceneggiatura di A Quiet Place e del suo seguito. Proprio questo successo gli ha consentito di riuscire ad avere carta bianca per un progetto completamente loro, regia compresa, e di riuscire a scritturare uno degli attori più in voga del momento. Continuando l’impostazione a punto interrogativo data sinora, viene da chiedersi: sono riusciti i due a sfruttare questa occasione bissando la bellezza dell’idea dei film sopra segnalati? La risposta, e non è un caso, è la stessa di quella data all’inizio se mai qualcuno possa pensare agli alieni uguali a noi: Assolutamente no!
Pur essendo molteplici i motivi di questa netta affermazione, a mio avviso, è possibile sintetizzarli in tre macro categorie. La prima riguarda il tema già può volte sottolineato e cioè l’assurdità che il primo alieno che si sia posato sul nostro pianeta, moltissimi anni fa, sia in pratica per struttura, pensiero, movenze, abitudini e modo di vivere uguale a noi. E’ una forzatura troppo accentuata e che va a cozzare non solo con la fisica ma proprio con il concetto naturale di creazione. Mi spiego. E’ ovviamente possibile che in un’altra galassia si possano ricreare condizioni simili alla Terra, ma che ne si ripercorra lo stesso identico percorso è quanto meno irreale.
Punto numero due: l’effetto visivo poco impattante. E non mi riferisco solo alla ricreazione in CGI dei dinosauri, comunque molto rivedibile, ma proprio la composizione della situazione. Un esempio su tutti: l’astronave mostrata se paragonata al Nostromo di Alien (e stiamo parlando di 44 anni fa) sembra una lambretta poco accessoriata!
Terzo e forse più grave punto, il film è moralmente e storicamente, inteso come dinamica narrativa, assolutamente inconsistente e banale. Il percorso fisico e interiore dei protagonisti è cosi acerbo e poco strutturato che è riuscito a banalizzare anche l’elemento che più di tutti avrebbe dovuto sensibilizzare lo spettatore: la doppia perdita. Se quella della figlia di Mills arriva all’improvviso e in maniera poco efficace, quella dei genitori della bambina viene superata, paradosso nel paradosso, in pochi minuti, quasi fosse un passaggio superficiale verso la fine. La mano stretta dei due, se magari idealmente voglia rappresentare la rinascita e una seconda possibilità, diventa quasi la stucchevole conclusione di un qualcosa di apatico e soprattutto distante.
Quest’ultimo concetto rientra pienamente in una mia personale convinzione che ho più volte sottolineato: una storia di fantascienza per essere vissuta deve avere un fondo, per quanto fantasioso, di verità e possibilità. Se questo cordone si spezza quello che rimane è veramente poco.
Altro punto focale è la completa assenza di basi conoscitive iniziali (chi sono questi uomini? che storia anno? perché si spostano?) e l’imbarazzante scena finale della “creazione” che con la storia raccontata non c’entra nulla. Partendo da quest’ultima, per quale motivo dovresti farmi vedere l’evoluzione del nostro pianeta dai meteoriti spazza dinosauri sino alla civiltà per come la consociamo? La protagonista della storia non era la Terra ma quella di un uomo che per cercare di salvare la figlia ne ha trovata un’altra su quale fondare un po’ di speranza. E allora fammi vedere il loro arrivo, sfumalo nella galassia o in un sole, cosa c’entriamo noi in questo contesto?
Certo questo modo finale di approccio, nessuna spiegazione o meglio, specificazione, fa il paio con quello iniziale (il primo punto) ma non è sempre detto che il “e’ cosi” riesca sempre nel suo intento. Alcune storie ne hanno magari bisogno, altre no e la giusta scelta spesso differenzia qualcosa di buono dal disastro completo.
Tralasciando la parte dedicata agli attori, alla fine sono due e Adam Driver non sfigura nemmeno, 65 Fuga dalla Terra (titolo ridicolo, era meglio lasciare 65 come l’originale), chiudendo il cerchio di quanto fin qui detto, è un film sbagliato prima nella genesi e poi nella gestione. Tutta la curiosità, lo so mi ripeto, cade appena capiamo che quel pianeta primordiale sul quale è precipitata l’astronave è il nostro. In quel momento parecchi dei fili mentali del sapere e dell’attesa si rompono e quello che rimane, disattesa poi pienamente, è solo la speranza di vedere qualche colpo di scena emotivo/visivo. Forse con una fine diversa qualcosa almeno nella percezione (non nella struttura complessiva) sarebbe cambiato. Per esempio e se invece della morte e nascita del nostro pianeta ci avessero fatto vedere il ritorno di quella stessa stirpe “aliena” quali precursori della vita per come la conosciamo? Non sarebbe stato certo la storia più originale del mondo, ma almeno ci sarebbe stata una sorta di trade union tra inizio, mezzo e fine.
Jonhdoe1978
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