
La verità scientifica, quando entra in collisione con una religione civile, smette subito di essere soltanto una questione di dati. Diventa sacrilegio.
Zona d’ombra, titolo italiano (ma guarda un po’… che strano) piuttosto generico dell’originale Concussion, parte da questa frattura: da un lato il football americano, rito collettivo, industria miliardaria, mitologia nazionale; dall’altro un medico immigrato, estraneo a quella liturgia, che osserva i morti senza condividere l’incantesimo dei vivi.
Peter Landesman racconta la vera vicenda di Bennet Omalu, neuropatologo forense nigeriano trapiantato a Pittsburgh, che nel 2002 esegue l’autopsia su Mike Webster, ex centro dei Pittsburgh Steelers, morto a cinquant’anni dopo anni di declino mentale, povertà, isolamento e comportamenti autodistruttivi. Il cervello dell’ex campione rivela qualcosa che le analisi tradizionali non avevano saputo spiegare: una degenerazione provocata dai ripetuti traumi cranici subiti durante la carriera. Omalu identifica così la CTE (Encefalopatia Cronica Traumatica), destinata a diventare un’accusa pesantissima contro la NFL e il suo modo di proteggere, o meglio occultare, il lato oscuro dello sport più amato d’America.

La materia sarebbe fortissima. C’è il corpo dell’atleta ridotto a prova giudiziaria, c’è la medicina legale come strumento di denuncia, c’è il conflitto tra ricerca scientifica e interessi economici, c’è una corporation capace di muovere consenso, denaro e identità nazionale. Landesman, però, sceglie quasi sempre la strada più prevedibile: quella dell’uomo solo contro il sistema, del “Davide” morale contro il “Golia” industriale.
Il risultato è un biopic civile corretto, leggibile, persino necessario per l’importanza dell’argomento, ma raramente incisivo come dovrebbe. La NFL rimane più un’entità minacciosa e opaca che un meccanismo davvero analizzato nelle sue ramificazioni politiche, mediatiche e culturali. Il film denuncia, ma non affonda.

Will Smith offre una prova seria, controllata, a tratti convincente. Il suo Omalu è mite, ostinato, spirituale, quasi ingenuo nella fiducia che la verità basti a imporsi. Parla con i cadaveri prima di aprirli, paga di tasca propria gli esami, vive la professione come una missione morale. È un personaggio costruito per suscitare rispetto, ma anche per essere venerato più che interrogato. L’accento nigeriano, il pudore dei gesti, gli sguardi contriti e la postura da uomo giusto finiscono però talvolta per irrigidirlo in un’agiografia, più che restituirne contraddizioni e complessità.
Intorno a lui il cast è solido ma poco sfruttato. Alec Baldwin, Albert Brooks e David Morse danno spessore ai margini del racconto, mentre Gugu Mbatha-Raw resta confinata nel ruolo fin troppo funzionale della compagna paziente e comprensiva.
E proprio il versante sentimentale è uno dei punti più deboli del film: dovrebbe umanizzare Omalu e mostrarne il prezzo privato, ma spesso rallenta la tensione e introduce note melodrammatiche non necessarie.
Sul piano registico, Zona d’ombra procede con dignità ma senza guizzi. Landesman alterna interni ospedalieri, uffici, campi da football e panoramiche sugli stadi con una compostezza televisiva, più attenta alla chiarezza didattica che alla forza cinematografica. Quando il film prova a virare verso il thriller, tra minacce, pressioni e paranoia, il meccanismo resta debole; quando si appoggia alla retorica del sogno americano, diventa fin troppo esplicito. L’America appare insieme malata e redimibile, corrotta e ancora capace di produrre eroi: una contraddizione interessante, che però il film preferisce semplificare.

Resta il valore della storia, non quello pienamente compiuto della sua messa in scena.
Zona d’ombra porta alla luce una questione cruciale, mostra il costo umano nascosto dietro lo spettacolo sportivo e ricorda quanto possa essere impopolare dire la verità quando quella verità minaccia un business travestito da identità collettiva. Ma lo fa con un cinema troppo prudente, troppo illustrativo, troppo desideroso di edificare il proprio protagonista.
Un film importante per ciò che racconta, assai meno per come lo racconta.
Alessandrocon2esse
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