
La cultura orientale, a differenza di quella occidentale, trova gran parte del suo fondamento nella spiritualità e nelle tradizioni. Il senso della vita e del destino, infatti, secondo la loro concezione segue un percorso quasi empirico che mischia la semplice materialità con l’aspirazione di purezza dell’anima. In questo contesto la percezione del tempo diventa spesso relativa con un suo scorrere che da lineare e senza intoppi diventa ondulante e pieno di piccoli ricci a spirale che hanno però la caratteristica, non per forza in continuità spaziale, di comunicare tra loro.
Mitsuha Miyamizu è una diciassettenne che vive con la sorella minore e la nonna nella piccola cittadina, vicino Tokio, chiamata Montagna di Itomori. Nonostante l’attaccamento alle sue tradizioni e l’affetto che nutre per i suoi cari il suo sogno è di trasferirsi nella grande città.
Taki Tachibana è un giovane liceale che vive con il padre proprio a Tokio e che per mantenersi lavora part time presso un famoso ristorante.
La comparsa di un asteroide stravolge la normalità delle loro vite che, in maniera sorprendente, si intrecciano e incontrano.
Qual’ è il tuo nome? Chi sei? Io so chi sei! Qual’ è il tuo nome? Parole che riecheggiano continuamente all’interno di questo meraviglioso film e che scavano lentamente e inesorabilmente nell’anima dello spettatore fino a sottrargli ogni tipo di sicurezza. Si viene trasportati, senza possibilità di difesa, in un mondo alternativo dove le possibilità si mischiano con il mistero sensoriale e percettivo dei veri sentimenti, che diventano cosi contemporaneamente padroni e prigionieri del destino. Lo spazio si contorce ansimante verso la sua origine, almeno per i protagonisti, prendendo il tempo e piegandolo in un unico punto nel quale passato e presente si sovrappongono. L’appartenenza emotiva è esaltata da un percorso che tutto sembra tranne che casuale, come se spiriti e guide per una volta sappiano esattamente cosa fare e soprattutto cosa lasciare. La domanda continua: Ho la sensazione di essere sempre alla ricerca di qualcosa o di qualcuno..,. e’ proprio la conseguenza di questo percorso che ci porta a essere quasi interamente di qualcun altro ancora prima di saperlo, trascinati da una sensazione che seppur solo percepita sovrasta la realtà e la sua concretezza. Un incontro che va oltre l’ accettazione e le parole e che va a confinarsi nell’abbandono completo di se stessi, nella concessione senza se di tutto quello che si è. Fino all’ultima cellula.
Makoto Shinkai, autore di regia e sceneggiatura, partendo dalle varie credenze del suo popolo, è riuscito ad andare oltre la sfera del sogno annullando qualsiasi pregiudizio o statica convinzione. La delicatezza con il quale ha cucito questa storia è a tratti assordante e che ricorda in molti momenti la magia narrativa che sempre ha contraddistinto il padre degli ultimi 60 anni dell’animazione mondiale: Hayao Miyazaki. Your Name trasmette le pene, le aspirazioni, i dubbi e l’angoscia dell’anima in maniera tangibile dando la sensazione che l’istinto, per definizione specchio del nostro io, sia una specie di magnete per qualcosa che li per li non conosciamo ma che invece vogliamo ardentemente. Il momento del Kataware-doki, che indica il crepuscolo, l’attimo in cui non è ne giorno e ne notte e nel quale due anime appartenenti a mondi diversi possano sfiorarsi per qualche secondo (alla Ladyhawke per intenderci), è l’apice di questa dicotomia con un’intensità pari solo alla sensibilità personale. In quell’istante, infatti, cadono parecchie barriere, la cultura giapponese diventa quella dell’universo e il tempo e lo spazio si inchinano di fronte a qualcosa che seppur, come detto, nell’ambito soggettivo e intimo, è infinitamente più grande di noi. E’ il coronamento visivo di un inseguimento ideale affannoso per quanto indispensabile, è la scritta nel cuore di un nome che va via e che contemporaneamente rimane.
I disegni semplici e diretti, tipici degli anni 80’ e 90, aumentano ancora di più, a mio avviso, il cuore immenso di questa storia che non altro non fa che mostrarci come alcuni fili vadano oltre qualsiasi conoscenza confinandosi in qualcosa di eterno e immortale. Certi brividi sono e rimangono diversi dagli altri e ci lasciano una sensazione unica che riusciamo a provare anche al di la della mera conoscenza di essa. Quella sensazione che i due protagonisti provano quando sono uno vicino all’altro, in questo come nell’altro tempo (e questa rappresentazione è meravigliosa), è l’esaltazione di quanto appena detto, l’estremizzazione di quella simbiosi viscerale tra il silenzioso e l’irreale che entrambi percepiscono.
Il vento non ha sempre la stessa intensità, alcune volte anche nella calma più assoluta trasporta dei messaggi invisibili che possono essere uditi solo da chi ha il cuore per poterlo fare. In quei frangenti il nome diventa fondamentale, la concretizzazione visiva di quella sensazione di abbandono che essa si porta dietro insieme a una nostalgica tenerezza che rende probabilmente i colori più accessi. D’altronde, e questo Your Name ce lo dice con tutta l’enfasi possibile, alcuni nomi sono diversi dagli altri, possono fare giri lunghissimi e tortuosi ma alla fine in un modo o nell’altro tornano sempre delicatamente sulle nostre labbra.
Jonhdoe1978
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