
Due degli attori che amo di più in assoluto, non ricordo un film con uno di loro protagonista (forse Ave, Cesare!) che non mi ha creato un minimo di euforia iniziale, uno sfondo narrativo, dipendente molto dal titolo essendo stato bene attento a non sapere troppo nel dettaglio della trama, che mi intrigava terribilmente e un regista tra i più promettenti tra quelli di nuova generazione (la sua trilogia di Spider-Man è oggettivamente da applausi).
Ora la domanda evidentemente è: cosa è rimasto di questo mio approccio emotivo/attesa alla fine del film? Non è facile rispondere e posso garantire che questo parziale tentennamento tutto è tranne retorica o, per dirla all’italiana, un atteggiamento da democristiano. Il motivo è facile: ci sono elementi che funzionano e altri no e tale mashup (il termine non è proprio esatto ma spero di aver reso l’idea) che crea, o meglio, a me ha creato “confusione”.
Non mi rimane altro che analizzare singolarmente i vari elementi e forse, al termine di questo pezzo (la scrittura a volte si trasforma nell’ordine dei pensieri) avrò le idee un po’ più chiare.
Iniziamo dalla storia. Parte in maniera più che buona, l’incipit c’è, per poi perdersi dietro una complessità esagerata, o meglio, è troppo esagerata per come poi viene svolta. Da un certo punto in poi, la sensazione, infatti, è che l’atmosfera cercata e trovata nei primi minuti perda di sostanza diventando fumosa e parzialmente impalpabile. In pratica, nel tentativo di stratificare l’ambito di azione si è rischiato di sfocare troppo il focus e quindi il messaggio e il cuore del film.
La regia di Jon Watts è assolutamente altalenante, si passa da momenti meravigliosi (la capriola di Spider- Man derivazione del minuto 59’ è assolutamente meravigliosa) ad altri troppo basilari e colpevolmente scolastici. Il contrasto in certi momenti, è veramente ingombrante e ti crea, inevitabilmente, qualche disagio se non altro perché non se ne capisce il motivo. Il talento è palese, perché non utilizzarlo con continuità (cosa che poi ha fatto nei film indicati)? L’influenza Coen, che in verità non avevo provato nelle sue altre produzioni, è abbastanza evidente e non sfigurerebbe nemmeno, quello che manca, ripetendomi, è la continuità di esecuzione.
La trade union dei fari momenti (cosa che potrebbe rientrare nell’ambito storia, ma a mio avviso ne va parlato separatamente) non è sempre lineare e l’incastro dei puzzle è tutt’altro che perfetto. Anzi, in un paio di occasioni, si è sentita proprio la forzatura di far combaciare gli estremi per forza.
Se dovessi fermarmi qui, la somma di quanto detto sarebbe di un prodotto evidentemente e profondamente insufficiente e invece, ecco che arriva la variabile attori che non solo salva capra e cavoli ma elevano Wolfs sino a sopra la sufficienza. George Clooney e Brad Pitt si conoscono da una vita e danno l’impressione di utilizzare questa conoscenza per performare e per divertirsi. Sono veramente molti i momenti di stanca del film che uno di loro o entrambi salvano con un gesto, una battuta o uno sguardo. Non esagero nel dire che in alcuni frangenti sono un vero e proprio spettacolo. L’impressione, e non credo di sbagliarmi di molto, e che in certe scene Jon Watts li ha lasciati liberi dandogli soltanto le linee generali di quello che voleva.
Il senso del tempo, della solitudine e del bisogno disperato di avere qualcuno accanto che ti capisca senza troppe spiegazioni e senza giudicarti, arriva molto per merito loro. Anzi, mi espongo dicendo che sono riusciti in certi frangenti (vedi il momento croato) a dare un senso e trasporto dove evidentemente ce n’era molto poco.
Come detto all’inizio, molto spesso scrivere aiuta a schiarirsi le idee e anche in questo caso è andata cosi. Quando ho iniziato il pezzo non avevo idea di dire che il film era da considerare sopra la sufficienza, è fluito da solo e sinceramente, è bello e appagante cosi. Il punto è molto semplice, quando scrivi di un qualcosa mentalmente lo ripercorri e quindi lo rivivi e da questa ne derivano delle sensazioni che paragonate a quelle provate durante la visione ti danno una specie di giudizio complessivo. Entrando nello specifico, che poi è quello che importa, alla fine Wolfs è two men show e nel complesso funziona. Funziona perchè quei due vogliono che funzioni sia nel particolare che nel generale. E’ evidente, infatti, che hanno anche sfruttato l’idea che si ha di loro creando quindi, un’accondiscendenza difficilmente eliminabile in chi li guarda (certo se il plot erra completamente senza senso, mi viene in mente Russell Crow, che amo, in L’Esorcismo – Ultimo atto, ci sarebbe stato poco da fare). In certi momenti sembra di assistere a un viaggio di due amici di vecchia data (che poi è cosi) che a loro volta ti danno l’impressione di essere i tuoi ed ecco che tutto assume un altro sapore e un’altra dimensione. E attenzione, questo non è un gioco sporco o machiavellico, è puro e semplice cinema, inteso quest’ultimo come sogni, speranze ed immedesimazione. E loro alla fine in Wolfs questa alchimia la creano e la danno e sarebbe un delitto emotivo, oltre a una poca oggettività, dire che non è cosi.
Jonhdoe1978























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