
Normalmente quello che si cerca nei film è il bilanciamento tra mezzo e messaggio. Sostanzialmente si definisce cosa si vuole trasmettere con quella storia e poi si cerca la maniera migliore per farlo.
Proprio questa considerazione, di per sé abbastanza ovvia, mi è venuta in mente durante Welcome to the Rileys e questo perché ho sentito, o meglio, avvertito pesantemente la differente valenza delle due. Se infatti, la morale finale è molto interessante, e ci torneremo a breve, il mezzo per arrivarci è apparso per lunghi tratti artificioso e parecchio, parecchio forzato.
Prima di proseguire facciamo però un passo indietro. La scelta di prendere questo film stavolta esula il mio classico rastrellamento mensile di Dvd e/o Blu Ray tra l’online e i negozi di settore e si riferisce all’acquisto dei progetti interpretati da Kirsten Stewart. Senza ripetermi più di tanto (l’ho scritto più volte nei miei pezzi) basti ricordare il magnetismo che comunque questa attrice mi crea e questo a prescindere da motivazioni puramente oggettive.
Tornando allo specifico del film, la partenza è abbastanza meccanica e tende a essere compresa con un pizzico di difficoltà. Per carità, l’intenzione era evidentemente quella di far digerire il contesto e il perché dell’agire dei protagonisti, ma si danno troppe poche carte allo spettatore per godersi da subito la mano. In pratica, se uno conosce l’incipit del film le cose un minimo di senso lo acquistano immediatamente, se invece non si sa nulla servono diversi minuti e questo frena decisamente l’immersione nella trama.
Scavallato questo momento, le intenzioni di tutti i personaggi, compreso le loro inclinazioni e percezioni, diventano chiare, la storia dal mio punto di vista avrebbe dovuto dare un cambio di passo, cosa che invece non fa. L’impressione forte è che alla fine si tratti di una bella favola ambientata nei giorni nostri più che a un vero e proprio spaccato di vita possibile e ripetibile. Le dinamiche di base hanno evidentemente un senso ma poi nello specifico escono da una vera e propria comprensione. Tanto per fare un esempio, e avviso subito che c’è dello spoiler, che un uomo conosca una ragazza in uno strip, che dopo qualche vicissitudine la rincontri in un bar e poi decida di prendersi cura di lei…non regge molto e sembra veramente fuori contesto sociale. A tener in piedi la casa per fortuna, ci pensa la motivazione concettuale di tali gesti che in qualche modo muove qualcosa e quindi fa in modo che la mente l’armonizzi (non senza qualche difficoltà). Con il tempo la cosa non migliora più di tanto e anzi l’inserimento oltre del protagonista di sua moglie allarga ancor di più le maglie di forzature e il film arranca ancora di più. C’è un’accelerazione delle dinamiche oltre che una accettazione delle stesse che si regge in piedi a fatica e che stride con la realtà tangibile che conosciamo. Per carità, è possibile quello che ci mostra, ma poco probabile.
Detto questo, arriviamo alla morale e al messaggio e qui le cose cambiano radicalmente. Sostanzialmente Welcome to the Relay è un gigantesco inno alle seconde possibilità e di come spesso è il caso a concedercele. Vista sotto questa prospettiva, anche grazie a una fine decisamente saggia e bilanciata (un totale felici e contenti avrebbe a mio avviso annichilito ancora di più il progetto), la storia ottiene quello che vuole e romanza la vita nel modo corretto condendo l’amaro al dolce nella giusta maniera. Come spesso accade quando la fine è ben strutturata anche il percorso lo si percepisce meno sdrucciolevole e questo perché la mente si crea dei pilastri con i quali tornare indietro e modificare il risultato complessivo.
Anche la parte puramente recitativa non ha picchi assoluti nonostante sul campo ci siano James Gandolfini, Melissa Leo e, appunto, Kirsten Stewart. Si ha la perenne sensazione di un freno a mano tirato e solo la fine, di nuovo, fa apparire la cosa diversa. Rimane il coraggio della Stewart di accettare ruoli sempre scomodi, ma questo è un discorso generale che esula da questo contesto.
Se chiudo gli occhi e cerco di ripercorrere il film non posso dire di essere stato colpito o invaso. La storia, proprio per i motivi detti, rimane sull’epidermide non dandoti mai un motivo in più del necessario per riflettere e/o confrontarti.
Anche la pura regia (che ricordo essere fatta dal figlio di Ridley Scott) è veramente basilare e tende solo ad accompagnare le dinamiche più che ad arricchirle o in qualche modo personalizzarle. Altresi l’ultimissima scena, che di per se, come detto, è quella che salva il progetto, avrebbe dovuto e potuto avere qualche sfumatura in più cosi da appesantire quel senso di possibilità che voleva avendo stimolato, nella giusta proporzione, quel prurito che vuole che nel futuro qualcosa possa sempre esserci a prescindere da passato, storicità ed errori.
Jonhdoe1978
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