
La figura dell’unicorno, almeno tra quelle di fantasia, è probabilmente quella più trasversale riuscendo a investire, seppur ovviamente in modo diverso, le persone di tutte le età. Se da una parte, infatti, è il punto di riferimento dei più piccoli quale sunto tra magico e tangibile, dall’altro nei più grandi rappresenta quel gradino invisibile, a volte necessario, che combina il sogno con la possibilità.
E’ la mattina del 18 settembre del 2019 quando il consiglio di amministrazione della WeCompany comunica ad Adam Neumann (Jared Leto), suo co-fondatore, di essere stato rimosso con voto unanime da ruolo di Cio. Irretito e spiazzato esce dall’ufficio accompagnato dalla moglie Rebekah (Anne Hathaway) promettendo battaglia legale. La scena si sposta al 2008 iniziando cosi il racconto da dove tutto è cominciato e di come, quindi, si è arrivati a questa situazione.
Esistono due modi per vivere questa serie: in maniera analitica vedendola come un racconto edulcorato, a prescindere se si conosce o meno la reale storia, della nascita, crescita e fine di una delle più grandi aziende mai realizzate o un viaggio superiore nel quale trovare spunti di riflessione profondi che vanno dall’organizzazione della vita alle priorità passando per le aspirazioni presenti e future e il significato della felicità. Senza nessun dubbio, pur avendo ben presente la scelta romanzata e meno pragmatica della vicenda da parte degli autori, mi ritrovo pienamente nella seconda ipotesi.
Basata sulla vera storia della più grande startup che il mondo ha mai conosciuto, sin dalle prime battute, gestite ad arte, infatti, WeCrashed ti rapisce trasportandoti, tra la macchietta e il sogno, in un mondo alternativo dove la realtà conosciuta si mischia con un modo diverso, e aggiungerei poetico, di affrontare il lavoro e per certi versi anche la vita. La borghesia e le regole conosciute, almeno in certi ambiti, vengono spazzate dall’esaltazione dell’emotività e della creatività che proprio perché continuamente soddisfatte continuano a crescere. Questa inversione dei fattori, che trova, a mio avviso, nel Meno male che è Lunedi, per definizione l’antintesi del processo lavorativo settimanale, la sua totale esaltazione si scontra con la radicalità delle normali azioni e che giustifica, insieme alla grande capacità dialettica di Adam, il motivo del successo (reale) del progetto Coworking. WeWork infatti, ha unito il bisogno di coralità di cui soprattutto i giovani avevano e hanno bisogno a quella riduzione di spese che l’affitto congiunto di spazi e apparecchiature comportava e comporta. Tale aspetto collettivo della cosa, seppur tramite gli occhi e la voce dei protagonisti, nella serie arriva con veemenza e questo, con grande merito, al di là, come detto, della conoscenza superficiale o approfondita della reale vicenda. E’ come se dentro lo specchio dell’onniscienza quasi folle di Adam gli ideatori siano riusciti a disegnare i diversi bisogni sociali di più generazioni e di come le regole spesso siano meno importanti di quello che si crede. Il sogno americano, il cui cuore è favorire l’idea e l’intraprendenza, in questa storia ha senza ombra di dubbio il suo punto più alto, ed è cosi clamoroso che per lunghi tratti assomiglia più a una fiaba da prime luci dell’alba che alla cronaca reale di un’ascesa cosi inarrestabile. La sensazione che tutto sia possibile ti attraversa portandoti ad avere, che poi era l’intento finale, un’inclinazione e un favore verso Adam e il suo agire quasi completo e questo al di la della sua esuberanza oggettivamente eccessiva.
Prima accennavo alla perfetta gestione dell’inizio: preciso, consequenziale, perfettamente comprensibile e soprattutto emotivamente magnetico. Ecco questo magnetismo con il passare delle puntate è diventato da continuo a intermittente e questo, a mio avviso, per colpa di una accellerazione degli eventi eccessiva. Soprattutto il momento dell’Opa, vero spartiacque emotivo di Adam, ha creato un po’ di confusione e avrebbe meritato forse una puntata in più dedicata. La sensazione infatti, nonostante comunque la più che apprezzabile scelta narrativa complessiva, è che nella seconda parte WeCrashed perda qualcosa in termini di attenzione. Molti particolari, minuziosamente descritti nella prima, tanto da percepirli chiaramente, nella seconda hanno giocato quasi a nascondino, comparendo e scomparendo in continuazione.
Ma se questo è vero per l’andamento complessivo della vicenda non vale lo stesso per lo sviluppo del rapporto meraviglioso tra Adam e Rebekah che anzi proprio con il passare delle puntate ha acquisito spessore, profondità e soprattutto, sfumature. Tale situazione se da un lato sembra una scelta precisa dall’altro a mio avviso, è il risultato della combinazione della vera punta di diamante di questa serie: Jared Leto e Anne Hathaway. Jared Leto è autore di un’interpretazione entusiasmante, con una gestualità e una mimica cosi eccessivamente bilanciata (anche grazie, almeno dal punto di vista italiano, allo splendido doppiaggio di Emiliano Coltorti) da trasmetterti tutta la complessità e la lucida follia del personaggio. Anne Hathaway, al contrario, da l’ennesima prova di grazia e profondità riuscendo a inserirsi, come doveva, tra il normale e l’eccezionale quale collante emotivo di tutta la vicenda. E’ innegabile che per quanto ben pensata e strutturata senza loro due questa serie avrebbe perso almeno il 50% della sua bellezza.
WeCrashed regge bene l’urto di una storia immensa e dispiace che la produzione sia stata limitata, per bacino non per importanza, alla AppleTv. E’ innegabile infatti che il rapporto con Netflix ad esempio sia di almeno 10 a 1 con quindi una condivisione e un’opportunità di vetrina notevolmente superiore e che a conti fatti avrebbe meritato.
Il taglio scelto, arriva più il lato sognante e moralmente sovversivo dei protagonisti rispetto a un eccentrismo esasperato di cui comunque erano pieni, ha reso il discorso emotivamente più coinvolgente soprattutto per l’idea che trasmette. La portata dei soldi, che esce in maniera invadente solo nell’ultimissima parte, infatti da sempre l’impressione di essere solo l’appendice di un sogno, di una conseguenza legata alla straordinaria vena visionaria di una persona che impossibile non definire, nel bene e nel male, straordinaria. E se dopo alcuni giorni ti viene in mente ancora di sussurrare We Work! We Work! We Work! vuol dire che l’obiettivo è stato raggiunto e che per una volta l’idea, appunto, ha vinto sulla realtà e sulla storia.
Jonhdoe1978
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