
Quando abbiamo la testa sgombra, per scelta o per caso, da pensieri, impegni o ipotesi future più o meno attendibili, la nostra capacità di attenzione ai particolari che ci circondano aumenta. E’ come se togliessimo dai nostri occhi una specie di patina invisibile che spesso ci fa guardare le cose senza vederle.
Julia (Maika Monroe) si trasferisce dagli Stati Uniti a Bucarest per seguire il marito Francis (Karl Glusman), a cui è stato assegnato un prestigioso ruolo in una società di marketing. Sola in terra straniera passa le giornate tra passeggiate più o meno istruttive e registrazioni per imparare la lingua. Una sera, la sua finestra si affaccia su un palazzo con decine di altre persone, si accorge che da una di queste, in penombra, c’è una figura che la osserva.
Che peccato, con un pizzico di coraggio in più!
Questa è esattamente la frase che mi è venuta in mente al termine di Watcher, primo film della giovanissima Chloe Okuno, nome di cui sono sicuro torneremo a sentir parlare. Il mio rammarico (è impossibile parlare di questo film senza spoiler, quindi da ora se non lo hai visto fermati!) riguarda il secondo colpo di scena degli ultimissimi secondi, dopo un primo intelligentissimo, che cambia completamente messaggio e prospettiva, omologando il significato generale della storia ad altre pellicole di genere. L’idea che per una volta la persona vittima non creduta e sottovalutata, la costruzione di questa situazione è stata per lunghi tratti di buonissima fattura, potesse soccombere , e il mite, sadico e triste villain farla franca, mi aveva conquistato, sarebbe stata l’esaltazione della mancanza di fiducia, dello spartiacque tra condivisione e strappo ideologico/affettivo. E invece il suo salvataggio, con la conseguente morte del cattivo di turno, ha in qualche modo smorzato quella bellissima iperbole a cui Watcher evidentemente mirava, e che a conti fatti, era riuscito a trasmettere.
La costruzione della storia, infatti, nonostante una non originalità di fondo, era stata solida e questo, a mio avviso, soprattutto per la scelta di non tradurre i dialoghi in rumeno. Con questo espediente Chloe Okuno, non solo ci ha dato perfettamente la dimensione di cosa significa stare in un paese straniero senza conoscere la lingua, ma ci ha fatto indossare i panni della protagonista. Le sue difficoltà ad orientarsi e a farsi capire sono diventate quasi le nostre, esattamente come la sensazione di povertà di prospettive, di silenzio e di solitudine che da esse derivavano. Proprie le prime (le prospettive per intenderci) sono state il motivo della percezione che qualcosa non andava, sensazione che probabilmente, come accennato in premessa, se fosse stata impegnata fisicamente e mentalmente non avrebbe avuto. Tale messaggio è stato voluto confermare dalla stessa regista, nonché sceneggiatrice, all’interno del film, nell’incontro sulla metro tra Julia e Daniel (Burn Gorman). Quest’ultimo ha evidenziato come lei fosse la prima ad accorgersi di lui in maniera cosi palese, confermando come il mondo (anche quello lavorativo, Irina (Mãdãlina Anea) non si era accorto dell’esistenza dell’uomo neanche lavorandoci insieme) e i suoi abitanti fossero troppo impegnati per vedere oltre il proprio cono d’ombra mentale.
Proprio la gestione di questa metafora sociale, divisa tra ombra (lui) e attenzione (lei), insieme a quella principale dei rapporti di fiducia, è stata la fortuna del film e ha dimostrato come l’idea e la capacità attraverso le immagini di comunicare siano a volte superiori alle costruzioni eccessive e artificiose. Insomma l’anima oltre i mezzi.
Assolutamente sorprendente la prova di Maika Monroe sia per presenza che soprattutto, per capacità di trasmettere attraverso gesti ed espressioni. Il film poggia molto su di lei, e avendo scelto il silenzio o la mancata comprensione dei dialoghi, una sua non convincente performance avremmo annientato completamente l’idea di cui si diceva pocanzi. Pessima, invece, la prova di Karl Glusman, nei panni del marito di Julia e sufficiente, si sarebbe potuto ottenere di più, quella di Burn Gorman e del suo Daniel. La sensazione di irrequietezza che dovrebbe dare quest’ultimo arriva sino a un certo punto, poi per qualche motivo, più che altro empatico, si smorza.
A circa 60 secondi dalla fine del film ero quasi pronto ad alzarmi e battere le mani, la mente mi aveva portato a tutta una serie di complimenti, che andavano dal percorso all’abbandono dei clichè, in maniera decisa e senza dubbi. Purtroppo, come ampiamente detto, tale sensazione è stata parzialmente smontata, e non solo per come si è capovolta la fine, ma anche per alcune leggerezze (vedi il modo banale con il quale Daniel non si è accorto che Julia non fosse morta) che si potevano tranquillamente evitare. E’ come se avessi assistito a una conclusione risoluta e pochi secondi dopo a una alternativa più morbida quale sunto di una concertazione sull’opportunità.
Ovviamente la costruzione di buon livello rimane, cosi come il modo di raccontare e l’esaltazione del silenzio e della gestualità del corpo, ma quella sensazione, per usare un gergo calcistico, di aver pareggiato (attenzione non perso) all’ultimo secondo una partita giocata egregiamente mi rimane, e con essa il parziale amaro in bocca derivante.
Jonhdoe1978
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