
Piccola, ma doverosa premessa: se dopo aver amato (come il sottoscritto) la pellicola originale del 1987, avete in qualche modo sperato nella “stoccata” letale da parte di Oliver Stone…preparatevi a rimanere delusi.
In un periodo storico in cui, da almeno una ventina di anni, il “Volevo dire che…” ha lasciato il posto al “Ho sentito dire che…”, mi pare assai pleonastico non aspettarsi che un regista del ’46 possa raccontarci qualcosa di nuovo sui mercati, le banche, gli speculatori e la crisi mondiale. Soprattutto se poi lo ha già fatto egregiamente ventitré anni prima, fotografando in modo perfetto un’epoca.
Con Wall Street – Il denaro non dorme mai, Stone tenta la carta della continuità. Più che un sequel della precedente pellicola diventata un cult, sembra di guardare un’autocelebrazione dal retrogusto di remake.
Se il primo Wall Street è, a ragion veduta, considerato un film/emblema nel descrivere quell’America materialistica ipnotizzata dalle promesse di guadagno veloce della Borsa, questa seconda pellicola ambisce a dipingere l’odierna società dopo il “Grande Tonfo” del 2008, la crisi bancaria che non risparmiò nessuno e che ebbe effetti devastanti sull’economia mondiale, riuscendo nell’intento soltanto in parte, ossia di dimostrare come certe attitudini da parte di chi detiene e gestisce denaro e potere, nonostante lo scorrere del tempo, restino sempre le stesse. Il resto è tutta carne lanciata sulla griglia senza troppi fronzoli, come nello stile del regista, ma visibilmente cotta con troppa superficialità e che lo spettatore riesce a mandare giù esclusivamente per le capacità di scrittura di Stone, ma non prima di aver masticato un bel po’ il gommoso e nervoso boccone.
In realtà, a pensarci bene, se in questi anni c’è stato un sequel che avesse una reale ragione di esistere…beh, quel sequel è proprio Wall Street – Il denaro non dorme mai. Ma contrariamente ai numerosi colleghi di tastiera che danno credito a questa considerazione, motivandola con l’urgenza di dover aggiornare i temi della pellicola originale con avvenimenti economici e contesti più recenti, il mio parere è che tutto nasca dalla necessità di Stone di rimediare ad un profondo errore commesso nel 1987: il pluripremiato villain Gordon Gekko, portato straordinariamente sullo schermo da Michael Douglas, andava “sfascinato”.
Il personaggio di Gordon Gekko e la sua filosofia dell’avidità come forza positiva, contrariamente allo scopo di Stone, sono paradossalmente diventati negli anni un esempio da imitare per le nuove generazioni di broker finanziari. Nonostante nel finale del primo film (se non l’avete visto, dopo 35 anni non è spoiler…è inadempienza vostra) entrambi i protagonisti siano accusati di inside trading e finiscano dietro le sbarre. Un fallimento educativo che, secondo me, Stone non è mai riuscito a perdonarsi.
Ed è proprio in virtù di questo ragionamento che mi ha lasciato sconcertato l’approccio descrittivo, insolitamente indulgente per Stone, verso i due protagonisti della pellicola: quel Jacob Moore, un disinibito Shia LaBeouf in un ruolo forse un po’ troppo maturo per lui che, nonostante le ambizioni carrieristiche dimostra anima ed ideali (interessandosi al finanziamento di un laboratorio eco-energetico) e quel Gordon Gekko “moderno” che, seppur dimostrando che l’indole del barracuda non muore mai, finisce per pentirsi delle sue azioni e fare ammenda…ancora una volta.
E’ proprio in quel pre-finale che il film pecca di perbenismo, perdendo il suo tratto distintivo: la freddezza.
Le due ore appena trascorse perdono la loro credibilità e l’intera pellicola finisce per ridicolizzarsi da sola a causa del suo finale eccessivamente conformista e stonato.
E quindi alla fine delle oltre due ore di visione che cosa resta?
Resta sicuramente l’eccellenza di Michael Douglas che, nonostante sia provato dalla lotta al cancro alla gola e nonostante i suoi “abiti” risultino lisi ed impolverati, pur essendo gli stessi indossati qualche decennio prima, riesce comunque a raccontare il baratro morale di un uomo incapace di guardare oltre il suo conto bancario. Tutto il resto è solo Oliver Stone che tenta di imitare Oliver Stone.
Dal punto di vista tecnico si salva la fotografia di Rodrigo Prieto. La regia è rovinata dal massiccio utilizzo di grafica tridimensionale che dona alla pellicola quel tocco da videoclip che poco si abbina alla sala cinematografica. Questo handicap, unito alla colonna sonora che seppur ricordando quella del film originale, risulta poco attenta al mood della storia nelle single scene, conferiscono all’intero film artificiosità al limite del pacchiano.
Wall Street – Il denaro non dorme mai non brilla per eccezionalità. Anzi. Stone riesce sì ad inquadrare pienamente l’ambientazione socio-culturale…il problema è che ne eravamo già a conoscenza. Magari è anche un po’ colpa della narrazione eccessivamente dilatata se il film non ha ribadito il successo del suo predecessore, ma magari semplicemente è che di Gordon Gekko ne bastava uno.
Viene da dire che se il denaro resta ben sveglio, se poco poco stanco, lo spettatore in sala rischia a tratti di dormire lui.
*Extra: Ho trovato insopportabile l’errore iniziale nella scena in cui Gekko esce di prigione. Al momento della riconsegna dei sui effetti personali, Stone tenta di riaccendere i ricordi mostrandoci l’anello, l’orologio ed il mastodontico cellulare che Douglas usava nel primo Wall Street, indugiando sul telefono per sottolineare il gap generazionale tra le due pellicole. Di lì a poco si verrà a scoprire che Gekko è stato incarcerato nel 1993, per cui quel modello di cellulare dei primi anni ’80 è totalmente anacronistico.
Magari sono io che sono esagerato nel fare le pulci ai film su questi dettagli, ma sarebbe bastato semplicemente non specificare la data dell’arresto di Gekko, mantenendo integro il “momento nostalgia”.
Alessandrocon2esse
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