
L’impostazione a storie singole all’interno di una principale e la conclusione parzialmente aperta della serie, almeno concettualmente, permetteva a Violet Evergarden, inteso come titolo, di poter scegliere di avere o no un proseguo e all’interno della prima scelta, in quale modo. La crocetta, dopo un rivedibile episodio bonus, è ricaduta in un film.
La cosa, almeno a bocce ferme, mi incuriosiva molto. La struttura fin li scelta, quella a serie per intenderci, infatti, era (ed è) molto più comoda, un lungometraggio, almeno per come lo intendo io, è tutt’altra cosa sia per la base di partenza che proprio per lo svolgimento. Se questo è indubbio, Haruka Fujita, regista, e Takaaki Suzuki e Tatsuhiko Urahata, sceneggiatori, hanno optato per una produzione ibrida raccontando sostanzialmente due storie separate, seppur evidentemente collegate, all’interno di una stessa vicenda. Questo, dal loro punto di vista almeno, avrebbe dovuto armonizzare il concetto di separazione dando cosi una sensazione sia di novità che, indispensabile, di continuità.
Obiettivo a mio avviso mancato e di molto.
Prima di spiegare i motivi di questa affermazione è necessario fare una premessa: se non si è vista la serie è completamente inutile vedere Violet Evergarden: Eternity and the Auto Memory Doll. Non c’è un minimo di riassunto, anzi, soprattutto all’inizio, si da costantemente per scontato che si sappia. Questo, a differenza del resto (ora ci arrivo), è un’impostazione che mi ha convinto e questo perché anche un breve resoconto di quello che è stato niente avrebbe potuto trasmettere della meraviglia e della sofferenza di quelle 13 bellissime puntate.
Detto questo (è la prima cosa che ho pensato appena iniziato il film), nella sostanza, di questa produzione non mi ha convinto quasi nulla.
Non mi ha convinto, come detto, l’aver diviso la storia in due apparenti puntate.
Non mi ha convinto l’aver spostato completamente la leadership narrativa.
Non mi ha convinto l’aver in qualche modo sminuito la funzione delle lettere per un più generale modo comunicativo delle proprie sensazioni.
E, in particolar modo, non mi ha convinto l’eccessiva “durezza” di Violet.
Avendo del primo punto già parlato, inizierei a spiegarmi partendo dal cambio di prospettiva generale di questo film rispetto alla serie. In quest’ultima, seppur ripeto all’interno di altre storie, Violet era la protagonista indiscussa, il collante emozionale e fisico tra ogni evento. Tale scelta, oltre a dare stabilità, aveva esaltato quel senso di ricerca (l’amore) e di possibilità di cambiamento a cui evidentemente tutto il progetto mirava. Violet era come il cuore di ognuno di noi, il suo andare e viaggiare non era altro che il tentativo continuo (di tutti) di cercare il luogo dove trovare pace e motivazione e soprattutto, il come e il dove esternare tutto il sentimento. Ecco questo percorso armonioso e luminoso in Violet Evergarden: Eternity and the Auto Memory Doll si è completamente perso, sostituito da una singola storia, per carità ben concepita e strutturata, ma che nulla ha a che fare con il messaggio e il sogno dell’altra. Il dove e il come dell’amore è stato cosi messo da parte, per lasciare spazio a un più generale “non ti dimenticherò mai” che però, proprio per il tipo di protagonisti, non può arrivare a tutti.
Anche la funzione delle lettere viene in parte smarrito. Quel senso pressante di comunicare attraverso qualcosa di scritto, vuoi per lontananza o proprio per incapacità di esternare i propri sentimenti, passa decisamente in secondo piano, anzi in molti tratti se ne perde il significato, almeno per come trasmesso nella serie. Di più, in quei brevi tratti in cui si cerca di ritornare a quel concetto, il tutto è andato cosi da un’altra parte che risulta quasi forzato e fuori contesto.
Ultimo punto. La serie si concludeva con una Violet completamente cambiata e che apriva la sua anima a ogni emozione, decidendo di lasciarle fluire dentro di sé, senza per questo dimenticare percorso e motivazione. La Violet che ci troviamo di fronte in questo film sembra quasi essere quella dell’inizio: impostata, dura, a tratti glaciale. E ancora, perché mai da bambola di scrittura automatica si è trasforma a persona che insegna i comportamenti e le buone maniere? Capisco che il tentativo, anche esplicitamente dichiarato, è stato quello di raccontare un qualcosa da una prospettiva diversa, ma non si può pensare che lo spettatore possa resettare tutto, soprattutto se poi vista la mancanza di qualsiasi spiegazione, proprio a quel ricordo si è fatto affidamento.
Non si può dire che Violet Evergarden: Eternity and the Auto Memory Doll non abbia un cuore, ma non è lo stesso che ci aveva fatto sussultare e appassionare. La percentuale di immedesimazione che avevamo avuto, in molti casi al limite della sovrapposizione, si è abbassata drasticamente, con una percezione delle emozioni che è andata a pescare più nel concetto generale della cattiveria (a volte) della vita che per piena assimilazione di quello che si stava guardando. Certo è una scelta, ma a mio avviso non una scelta in linea con il motivo stesso della genesi del personaggio e il motivo per cui ha raggiunto tante anime e lasciato tanti elementi su cui riflettere e struggersi. I disegni, sempre bellissimi (è una cosa personale ovviamente), hanno retto sino ad un certo punto, poi anche gli occhi si sono lasciati abbagliare da una luce che non era quella che ci aspettavamo e che volevamo.
Peccato.
Jonhdoe1978
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