
Quando sentiamo la parola vacanza la nostra mente va da un’altra parte aprendo la fantasia ad eccezioni, libertà e a gesti che normalmente non sentiamo vicini. Un piccolo mondo fatto di strade diverse necessarie, molto spesso, per rinvigorire mente e corpo.
Siamo nel periodo di Natale e alcune famiglie si recano nella rinomata Cortina D’Ampezzo per trascorrere i giorni che precedono e susseguono il capodanno tra una sciata, un drink, un nuovo amico e un nuovo e vecchio amore.
Quando nel 1983 Carlo e Enrico Vanzina hanno scritto e diretto questo film, mai avrebbero pensato che sarebbe stato il precursore di un nuovo genere cinematografico nostrano: il cinepanettone. Si perché Vacanze di Natale è stato il primo di un numero imprecisato di produzioni che hanno come principio quello di far combaciare le festività natalizie con la distrazione, il sorriso e la leggerezza.
Proprio quest’ultimo elemento è quello che, a mio avviso, descrive con maggiore precisione questo film insieme all’ immedesimazione immediata che le dinamiche raccontate creano, quale specchio di un qualcosa, le ferie intese in senso generale, di vissuto personalmente e questo a prescindere se da figlio, genitore o fidanzato.
Quello che hanno fatto i fratelli Vanzina è prendere tanti piccoli spaccati della società di allora e metterli nello stesso contesto facendoli interagire tra di loro. Una specie di test sociale nel quale estremizzare qualsiasi situazione, mischiando sentimenti, piaceri, divertimento e diversità. E così troviamo la famiglia che vuole darsi un tono nonostante le origini, quella che vuole evidenziare il suo rango, quella che sta insieme per convenienza e quella che invece si accontenta. Intorno tantissimi personaggi che hanno il grande pregio di assecondare l’attitudine e le caratteristiche conosciute degli attori rendendoli cosi di facile accettazione e benevolenza. I vari Jerry Calà, Christian De Sica, Claudia Amendola, Guido Nicheli e Mario Brega tanto per citarne alcuni, sono, infatti, perfetti sia per le loro predisposizioni interpretative che per il modo con cui sono visti nell’immaginario collettivo. La bravura è stata di metterli ognuno al proprio posto facendo risultare tutta la storia perfettamente attendibile nonostante le ovvie esagerazioni che un film del genere necessita. Si è messo come collante di tutto il locale notturno, impersonificato in Billo Damasco (Jerry Calà), conosciuto musicista di piano bar milanese, quale luogo di aggregazione e di unione delle varie sotto trame. E’ come se esso fosse il punto di passaggio obbligato di tutte le varie strade, più o meno importanti, create.
Nonostante, come detto, le estremizzazioni necessarie per tenere in piedi una produzione del genere non mancano alcuni punti di riflessione che riguardano soprattutto i controsensi familiari, la ricerca a tutti i livelli dell’amore e soprattutto, la ricerca di se stesso. Durante le ferie, infatti, i sensi di ognuno di noi si espandono aprendosi in attività, più o meno ludiche, che spesso durante il resto dell’anno trascuriamo. E questo abbandonandosi all’idea stessa del concetto di vacanza che implica un allargamento naturale dei limiti che ci poniamo insieme a quello che possiamo o non possiamo fare. La vicenda si dipana seguendo questo assunto portando i vari personaggi a vivere situazioni al limite e a prendere decisioni che condizioneranno la loro vita futura e quindi, come detto, a definire il se stesso del futuro. Tutto questo è rappresentato in senso circolare nel momento in cui dalla neve di Cortina si passa alle spiagge della Sardegna, con tutti gli stessi personaggi a ricercare di nuovo le stesse emozioni, come un loop che non sembra non avere ne limiti e ne età.
A livello interpretativo gli attori sono semplicemente loro stessi con tutti i loro pregi e i loro difetti. E questo a mio avviso, è uno dei grandi meriti degli autori, non aver voluto forzare per voglia di protagonismo, un qualcosa di già identificabile e soprattutto, performante.
Il giudizio generale su Vacanze di Natale, cosi come per i tutti i film da esso derivati, è sempre stato di estrema superficialità, considerati quasi come un b-movie del nostro cinema. Tale giudizio lo considero estremamente svilente per un genere che ha il pregio di aver portato su schermo gli anni ’80 e tutto quello che essi hanno rappresentato e che rappresentano ancora. Il romano che cerca di darsi un tono esasperando l’accento “italiano” e il milanese che forza il suo senso da snob è qualcosa che per chi ha vissuto quegli anni, è perfettamente riconoscibile. Allo stesso modo appartengono a quel periodo i vestiti sgargianti e eccessivi e quel senso viscerale con cui i giovani vivevano sia il calcio e lo stadio che l’inebriamento di un nuovo amore.
Personalmente credo che non sia mai corretto paragonare e mettere in contrapposizione generi e pensieri diversi, si corre il rischio di perdere riferimenti e motivazioni che spingono un autore a raccontare una storia. Partendo da questa considerazione reputo il film in oggetto una delle pagine importanti del nostro cinema, uno di quei film che hanno segnato un solco nella nostra cultura e questo tenendo conto sia della sua funzione sociale che di intrattenimento. E’ ovvio che non possiamo urlare al capolavoro ma è altrettanto innegabile che se capita lo si riguarda sempre con piacere riassaporando il senso di leggerezza di cui si parlava all’inizio insieme al sorriso “facile” che il concetto di ferie ci da. E non mi sembra poco.
Jonhdoe1978
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