
Può il cinismo essere soltanto apparenza? Questa è una delle tante domande a cui non si può oggettivamente, dare una risposta, sono troppe e diverse le sfaccettature e le motivazioni che possono spingere un uomo ad essere od assumere un determinato comportamento.
Max Skinner (Russel Crowe) è un broker londinese senza scrupoli e che passa le sue giornate a trovare il modo di fare soldi, per se stesso, per i suoi cliente e per l’azienda per cui lavora. Dopo l’ennesima speculazione obbligazionaria, da lui peraltro creata, riceve la notizia della morte dell’unico parente che gli era rimasto, lo zio Henry (Albert Finney). Quest’ultimo non ha lasciato nessun testamento e quindi Max si ritrova come erede e beneficiario della tenuta in Provenza, posto di vita dello scomparso parente. Parte, dunque, verso la Francia con la chiara intenzione di vendere, capitalizzando il massimo.
Un’Ottima Annata, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Peter Mayle, ci racconta una storia delicata ma che trova, dal mio punto di vista, il suo punto di forza nella semplicità. E’ il percorso circolare di un uomo che partendo dalle radici ritorna alle radici, attraverso quel meccanismo inconscio delle sensazioni, fatte di odori, ricordi e sapori.
La premessa è di come la vita e le scelte possano trasformarci, facendoci, a volte, diventare l’esatto contrario di quello che eravamo, stravolgendo valori e sentimenti. E così troviamo Max come un uomo senza emozioni, pronto a calpestare chiunque gli si passi davanti, come un bulldozer senza memoria e coscienza Ma quello che si è lo si può nascondere, anche per anni, ma poi capitano avvenimenti piccoli o grandi, che scavano dentro di noi facendo riemergere la nostra natura, a prescindere da quale sia. Nel caso specifico riaffiorano quei concetti semplici, spontanei, fatti di pochi gesti e di poche cose, di sguardi fugaci e di storie tanto piccole quanto eterne. E dietro questo, quasi sempre, c’è l’amore, rappresentato nel caso da Fanny Chenal (Marion Cotillard) quale collante tra passato e presente, tra cuore e pietra, tra terra e cemento.
Ridley Scott è autore di una regia pulita e che ha assecondato la tenerezza della narrazione senza tentare, in maniera ossessiva, di trasformare quello che ci stava mostrando. Le riprese a lungo raggio sono state sempre precise, nel chiaro tentativo di mostrare la calma in contrasto con la feroce velocità della città.
E questa differenza è stata annullata da Max Skinner, riscoprendo una necessita che non sapeva neanche di avere. E’ come se a un certo punto si sia fermato e abbia cominciato a guardarsi intorno, cristallizzando per un momento il mondo per fare il punto della situazione. E li ha trovato il vero se stesso, l’uomo che riesce ad accettare una seconda erede, la presunta figlia illegittima di Henry, Christie Roberts (Abbie Cornish) e non vederla più come una minaccia economica ma come una nuova componente della sua famiglia. E soprattutto, riesce a riabbracciare la sua nuova visione delle cose, che rinuncia a uno stipendio a tanti zeri, pur di risentire le mani dell’amore, quello a cui non puoi voltare le spalle.
Russel Crowe è a mio avviso, autore di una fantastica prova, intensa, coinvolgente e allo stesso tempo, divertente. Si muove in tutte le dinamiche del film con una padronanza quasi disarmante, riuscendo a trasportarci in tutte le sfaccettature emotive del personaggio. Non altrettanto all’altezza la pur brava Marion Cotillard, la sua Fanny ha troppi alti e bassi, non riesce a mostrare completamente le debolezze e tutti le remore emotive che il suo passato gli ha cicatrizzato. Assolutamente solida la prova di Albert Finney, nell’ennesimo esempio che non si diventa un grande attore per caso.
Un’Ottima Annata è un film soffice, morbido, una tenera carezza prima di dormire, una specie di camera del tempo verso i colori e i profumi che troppo spesso, abbiamo dimenticato. La sua linearità è imbarazzante, le cose vanno sempre nel modo in cui dovevano andare e che lo spettatore si aspetta. La sua mancanza di sotto trame, complicazioni, imprevisti più o meno improbabili, è, a mio avviso la sua forza, il suo modo, ormai inusuale, di sorprendere.
Amore doveva essere e Amore è stato. Un amore partito da lontano e nascosto nei meandri della mente, dei ricordi, lasciati scorrere come un fiume indirizzato, continuo e ciclico, come se ogni tanto istintivamente, volesse tornare a galla. E quando lo ha fatto è stato travolgente, impellente, indispensabile, cosi come l’aver riscoperto la differenza tra la fredda sensazione di un whisky e la dolce corposità di un vino, con la sua storia, la sua derivazione e il suo sentimento.
La vigna è la metafora della continuità, della pazienza, di un qualcosa che germoglia tanto lentamente quanto inesorabilmente, in ogni circostanza, nella pioggia, nel freddo, nel sole, nella grandine, nelle quiete, nella notte e nella tormenta. E va difesa, ad ogni costo, esattamente come l’amore e il suo odore di buono.
Jonhdoe1978
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