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Unbelievable (2019) di Jonhdoe1978

⭐4 Gennaio 2023 ⭐ Contrassegnato con: Recensione Unbelievable, Unbelievable

Unbelievable Interna

Impossibile: molto difficile a credersi, inaccettabile sul piano dell’intelletto e del giudizio; assurdo, inconcepibile, inverosimile: è accaduto un fatto i.; una storia i.; una cosa i. ma vera; come esclamazione di stupore, di meraviglia: è i.!;
Se prendiamo per buona questa definizione, e non abbiamo motivi per sostenere il contrario, ci accorgiamo che dentro questa parola c’è molto meno assolutismo di quello che si potrebbe pensare. Tale ammorbidimento, secondo il mio parere, deriva dal significato popolare che si è dato con il tempo a questo concetto, trasformandolo da chiusura totale a qualcosa di assolutamente difficile ma realizzabile.

Marie Adler (Kaitlyn Dever) è stata stuprata. Chi le sta intorno però non le crede e messa alle strette decide di dire che si era inventata tutto. A tre anni di distanza, la detective Detective Grace Rasmussen (Toni Collette) e la Detective Karen Duvall (Merritt Wever) si trovano ad indagare su altri due stupri che sembrano avere molto in comuni sia tra di loro che su altri commessi, appunto, anni prima.

C’è solo una cosa più dura di una violenza: i suoi strascichi emotivi. In questi casi, e nello stupro in particolare, nel nostro cervello, infatti, si attivano tutta una serie di autodifese che portano dalla negazione dell’accaduto alla ricerca dell’isolamento fisico e mentale passando, inevitabilmente, al rifiuto di nuovi legami. Proprio queste conseguenze invisibili, a livello cinematografico, come comunque qualunque cosa abbia a che fare con la psiche, sono molto difficili da trasmettere essendo riferibili solo alla sfera intima e sensibile. Unbelievable non solo è stata capace di riuscire in questo intento ma è stata in grado, con una delicatezza e una potenza visiva e concettuale unica, a dare e rispettare l’anima dei protagonisti sopraelevandoli da valutazioni puramente di circostanza. In racconti del genere, infatti, a maggior ragione se trattasi come in questo caso di fatti realmente accaduti, si tende a drammatizzare puntando più sulla percezione in se degli eventi (universalmente condannabili) che sulle sfumature intime e personali di chi li subisce. In pratica quello che colpisce è lo stupro in se non la vittima. I bravi Susannah Grant, Ayelet Waldman, Michael Chabon, ideatori della serie, invece, hanno invertito questo ordine facendo prima arrivare il dolore e lo struggimento di tutti i personaggi e poi l’efferato gesto. Di Marie, ad esempio, si è travolti dalla fragilità interiore, che viene da lontano, del buio dilagante, della negazione della giustizia in nome di un rispetto e di una protezione che sente assolutamente necessaria.

Il taglio scelto e ottenuto dagli autori, trova la sua soddisfazione, almeno dal mio punto di vista, dal modo con cui vengono mostrate le due detective che piano piano si trasformano non solo nelle persone che cercano di fermare un carnefice, ma nello specchio di quella solitudine morale che certe azioni creano, dirette o derivate che siano. La telefonata finale tra Marie e Karen, al di la se ci sia stata in realtà, è l’esatta fotografia di quel ponte tra intimo e rumoroso che la serie ha cercato sin da subito di trasmettere. Il contrasto tra il peso sociale dello stupro e l’angoscia personale delle vittime arriva con pienezza con il risultato addirittura di asfissiare per la troppa calma. Non ci sono urla, strilli, piatti rotti o scene da panico, solo il grido silenzioso e disperato di un qualcosa di inaccettabile e che non può non segnare qualsiasi percorso futuro.

Tutta questa bolla sensoriale cosi intima, oltre per una sceneggiatura di livello assoluto, è merito degli attori che riescono a trasmettere l’imperfezione e la sofferenza umana in maniera travolgente e soprattutto, vicina. La sensazione di stare assistendo a una storia di persone comuni è pressante e questo non ha fatto altro che aumentare l’immedesimazione e il coinvolgimento. Nota di merito per Kaitlyn Dever. La sua Marie è la perfetta fotografia di quella goffa e straziante solitudine che certe violenze possono comportare, quella sensazione che a ogni secondo qualcosa di tuo possa scivolare via e che la vita rischia di non farti trovare più nessun appiglio.

Unbelievable è una serie che è riuscita, a mio avviso, ad andare oltre il significato specifico dello stupro, volando, o forse sarebbe più corretto dire sprofondando, nelle cicatrici dello stesso. Con il passare dei minuti, infatti, l’atto in se diventa quasi aleatorio e quello che rimane, meraviglioso paradosso, e il rumore cieco e buoi delle ferite. E non solo delle sfortunate protagoniste ma di tutti quelli che gravitano intorno ad esso, le due detective in primis, quasi a voler segnalare come il dolore e la sofferenza possono derivare da diverse situazioni. La tristezza e l’abbandono, in questa serie per qualche strano motivo non c’è traccia della rabbia, sono le vere padrone della storia per poi tramutarsi, negli ultimi secondi, in qualcosa che assomiglia molto a una speranza assoluta. La sensazione è che se Marie riesca in qualche modo a ricominciare lo possono fare un po’ tutti, al di la del motivo e dall’origine del disagio e della sofferenza. Questo modo soffice ma allo stesso tempo potente, di uccidere il dramma, rafforza ancora di più il lavoro fatto da questa produzione che dalla “semplice” realtà di un fatto ha tirato fuori l’anima e l’animo. Alla fine il mondo non è tutto giusto e non è nemmeno tutto sbagliato, molta differenza la fa il caso, le scelte e, come ci dice Unbelievable, la fortuna di incontrare qualcuno che vada oltre il proprio naso e che veda oltre che guardare.

Jonhdoe1978

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Unbelievable

Unbelievable
8.5

Valutazione Complessiva

8.5/10

SCHEDA

  • Ideatore: Susannah Grant, Ayelet Waldman, Michael Chabon
  • Episodi: 8
  • Durata episodi: 43'-58'
  • Genere: Drammatico

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