
Il detto, “Tutto quello che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas” è uno di quelli che ho più sentito in quasi 30 anni di cinema e rappresenta ormai nell’immaginario collettivo, divertimento, trasgressione, fiumi d’alcol e pochissimo sonno.
Doug (Justin Bartha) sta per sposarsi e organizza, manco a dirlo a Las Vegas, il suo addio al celibato insieme ai suoi storici amici Phil (Bradley Cooper) e Stu (Ed Helms) oltre che al fratello della sua futura moglie, Alan (Zach Galifianakis).
Nonostante le premesse le cose non andranno esattamente come avevano programmato e questo a causa di Alan che, deciso a drogare di nascosto i suoi compagni di viaggio allo scopo di aumentare il divertimento, acquista per errore dal pusher, il Roofis (nota anche come droga dello stupro) invece che l’ecstasy, con il risultato che nessuno di loro ricorderà cosa sia successo la notte precedente.
Il film parte una premessa tutt’altro che originale ma riesce a svilupparsi sin da subito in maniere convincente, coinvolgente e soprattutto inaspettata. Todd Phillips sfrutta benissimo il lavoro di Jon Lucas e Scott Moore offrendoci, infatti, una pellicola a puzzle, dove le varie tessere ci vengono mostrate intelligemente piano piano. L’idea di sbrogliare a poco a poco quello che è realmente successo ai nostri protagonisti, attraverso gli oggetti ritrovati e i racconti delle persone incontrate, è stata una scelta vincente che ha permesso di mantenere inalterata l’attesa dello spettatore, che non aspettava altro che verificare quanto di folle avessero fatto e paragonarlo a quello che lui stesso aveva immaginato fosse accaduto. Le situazioni sono consequenziali e assolutamente attendibili, per quanto alcune siano al limite, infatti, non si rischia quasi mai di cadere nel grottesco o nell’impossibile, elemento, a mio avviso, fondamentale.
L’ottima alchimia del film è dovuta alla perfetta combinazioni dei quattro personaggi principali e, soprattutto, alla loro diversità. E cosi abbiamo il professore, Phil, il ragionatore, colui che non aspettava che un fine settimana come questo e che riesce a rimanere freddo in ogni circostanza, il dentista Stu, frustrato da una situazione sentimentale opprimente e da una personalità impulsiva e disfattista, Alan alquanto istintivo e imprevedibile e infine Doug (che però troveremo solo all’inizio e alla fine), il coscienzioso e l’equilibrato. Soprattutto i prime tre hanno una valenza come insieme che non può essere presa singolarmente, si compensano a vicenda, dove non arriva uno interviene l’altro, in un gioco di equilibrio assolutamente straordinario su cui il film punta praticamente tutto.
L’origine della fortuna di Una notta da Leoni, The Hangover (Dopo Sbornia) in originale, è senza ombra di dubbio l’inizio, e non mi riferisco alla parte della preparazione alla partenza, ma quando si svegliano nella stanza dell’hotel, tra bambole gonfiabili, bicchieri rotti, televisori distrutti, mal di testa e soprattutto una tigre in bagno. Questo entusiasmante nonché esilarante cappello iniziale ha sicuramente alzato le aspettative del film, costruendo su di esso la sua forza finale, ovvero quella di riuscire, per tutta la sua durata, a mantenerle saldamente, senza mai deluderle. La costanza del livello mantenuto per tutti i 99′ è forse la parte più sorprendente insieme alla splendida sensazione di intimità che si crea tra lo spettatore e i protagonisti.
Questo film ha fatto scoprire definitivamente al mondo del cinema Bradley Cooper, sino ad allora aveva quasi sempre interpretato ruoli di secondo piano o che almeno non avevano il centro della scena. In questo caso anche se non il protagonista assoluto è comunque il perno dell’ingranaggio, il collante principale. Infatti, nonostante, come detto, i tre personaggi non possano essere contestualizzati separatamente è evidente come tutti i momenti fondamentali della storia passino da lui e dal suo carisma.
Punto di diamante di tutto il film è la fine, che fa quello che dovrebbe fare sempre in ogni pellicola, nobilitare tutto quello che si è appena visto. Ormai eravamo al matrimonio, tutto stava andando bene e quindi verso la sua naturale conclusione, ma “quella” domanda dalla testa penso che nessuno se la era ancora tolta: “Ma che cosa è successo veramente quella notte”? Alcuni elementi erano stati spiegati, certo, come ad esempio quelli mostrati con il fantastico video registrato fuori la villa di Mike Tyson, ma era evidente che mancassero dei pezzi. Ed ecco il genio, una macchina fotografica digitale che non (ovviamente direi) si ricordavano di avere con dentro le foto di tutto quello che hanno fatto. Ed ecco che scorrono, insieme ai titoli di coda, tutti i momenti della nottata, dalla cena al ristorante al primo Nigth Club, dalla macchina della polizia rubata alla tigre, passando per il matrimonio di Stu con la spogliarellista e il trauma cranico di Phil, il tutto condito da infinite bottiglie di alcol.
Decideranno di vederle una sola volta e poi cancellarle, d’altronde quello che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas.
Jonhdoe1978
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