
Italia, 1954. Ferdinando Mericoni (Alberto Sordi), alias Santi Bailor, è un giovane sognatore ad occhi aperti ed un cultore del cinema americano, di cui conosce vita, morte e miracoli. La sua passione è frutto dell’ immagine di grandezza, portata in Italia un decennio prima, dalle truppe militari statunitensi ed è proprio il sogno di Nando di vivere in futuro negli States, a portarlo ad “americanizzare” la propria vita a Roma.
Nando passa le sue giornate come se vivesse ad Hollywood, coinvolgendo in questa farsa tutti i suoi conoscenti e, in particolar modo, suo padre Mario (Giulio Calì), sua madre Margherita (Anita Durante) e la sua fidanzata Elvira (Maria Pia Casilio) che Nando ha rinominato “Papi, Mami ed Elvy”, in principio divertiti e successivamente preoccupati da questo suo modo di fare.
Continuamente vessato e frustrato da tutti quelli che gli stanno intorno, decide di compiere un gesto estremo prendendo spunto dal film 14ª ora di Henry Hathaway, salendo sul Colosseo e minacciando di lanciarsi nel vuoto se non riceverà aiuto per trasferirsi in America.
Nonostante sia cresciuto (per ragioni anagrafiche) a “Pane e Totò”, ho conosciuto i grandi film dell’ Albertone Nazionale già da piccolo, grazie alla passione di mio nonno per quest’ ultimo e per Nino Manfredi…probabilmente perché nonno, lavorando fra Milano, Roma e Napoli, aveva largamente ampliato i suoi orizzonti cinematografici prima dell’ avvento della grande distribuzione.
Nonostante questo film sia diventato un “Classico fra i Classici” della lunghissima filmografia di Sordi, non mi sento di giudicarlo fra i migliori dell’ artista romano…anzi, probabilmente nemmeno fra i primi cinque.
A questo punto, prima di essere lapidato senza nemmeno ricevere la soddisfazione che il lettore arrivi fino in fondo alla recensione, mi conviene fare una piccola premessa: ogni qualvolta rivedo Un americano a Roma, sia sulle scene famose che su quelle meno sputtanate, continuo a spaccarmi dalle risate…sempre.
Il problema è che sta tutto lì…nella straordinaria capacità di Sordi di catturare piccolissime sfumature della società, farle proprie e poi portarle all’ esasperazione attraverso personaggi di fantasia (ma neanche troppa), regalandoci quasi sempre battute e scene da consacrare nei secoli dei secoli.
Nemmeno la sapiente e pulita regia di Steno (Stefano Vanzina) riesce a salvare una sceneggiatura che avrebbe del potenziale, ma resta intrappolata in una serie di mini scenette allungate, accorpate e tenute con non poca difficoltà insieme. Probabilmente (e non sto scoprendo l’ acqua calda) perché tutta l’ idea di realizzare questa pellicola, nasce dal successo ottenuto dal personaggio protagonista del quarto episodio di Un giorno in pretura, film realizzato l’ anno precedente sempre da Steno, dove il “Malato d’ America” Nando Mericoni appare agli occhi del pubblico per la prima volta, riscuotendo larghissimi consensi.
Sicuramente l’ intento ultimo era quello di lanciare, con il pretesto comico del personaggio di Sordi, una forte critica nei confronti di tutti quelli che in quel particolare periodo storico, tendevano a mitizzare in maniera estrema l’ America, vista fra l’ altro solo attraverso il cinema ed i fumetti…intento raggiunto in parte (sempre purtroppo), poiché dubito che dalla spassosa scena della “Guerra alla cena ‘Mericana” vinta infine dal “Maccarone”, lo spettatore medio abbia potuto carpire appieno i reali intenti “Anti-Esterofilia” di Steno e degli altri sceneggiatori (fra cui spicca anche tale Ettore Scola), nonostante la scena sia divenuta successivamente un Cult e sia fra le più visualizzate del Cinema Italiano.
Un americano a Roma resta comunque il film che ha ufficialmente lanciato Sordi verso la sua lunga e straordinaria carriera e ci ha regalato un iconico personaggio che ha influenzato, in piccole dosi, lo stesso Sordi nei suoi successivi film. L’ attore romano venne addirittura insignito della “Cittadinanza Onoraria del Kansas City” grazie al suo Santi Bailor, personaggio che tornò sullo schermo per la terza volta in un altro film ad episodi del 1975, Di che segno sei di Sergio Corbucci…sempre nel quarto episodio come all’ esordio (coincidenze?), ma stavolta cinquantenne, appesantito e nei panni di un improbabile Bodyguard.
Alessandrocon2esse























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