
Che cos’è la verità?
Da fonte Wikipedia, con il termine verità si indica il senso di accordo o di coerenza, con un dato o una realtà oggettiva, o la proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso.
Ma in un mondo dalla complessità sempre più articolata, questo termine non è più accreditato come un qualcosa da rinvenire nascosto sotto il Velo di Maya, come insegnava Arthur Schopenhauer, ma è mutato in immagine in movimento, variabile e, se possibile, ha acquisito maggiore mistero e fascino.
True Story, pellicola del 2015 diretta dall’esordiente Rupert Goold e basata sul libro di memorie del giornalista Michael Finkel, ha come tematica principale proprio la verità e la malleabilità della stessa, raccontando il particolare rapporto tra il giornalista (nel momento più buio della sua carriera) e Christian Longo, uno dei maggiori ricercati dell’F.B.I. alle porte del suo processo giudiziario.
Il regista britannico utilizza uno dei casi giudiziari americani più intriganti del nuovo millennio, per riflettere e far riflettere sul concetto di verità e della sua trasformazione e su come il linguaggio e la comunicazione possano distorcerla per moventi ben precisi, trascinandoci in una disanima umana dove il vero ed il falso si impastano seguendo uno schema classico, basato sul conflitto/attrazione tra i due protagonisti.
Il film oscilla tra vari generi, tra cui anche il dramma, tracciando un efficacissimo thriller psicologico dell’esile durata di 100’ e muovendosi nello spazio che si delinea all’interno della zona grigia tra verità e bugia, bene e male, buono e cattivo. Senza svelare nulla riguardo l’epilogo, anche perché se non si conoscono i reali eventi su cui si basa la storia, consiglio di restare ignoranti a riguardo almeno fino a dopo la sua visione, per potersi concedere il lusso di lasciarsi trasportare dalla storia sin dai primissimi minuti, posso comunque affermare che sia il racconto che le nuance di significato che esso implica, mettono in continua discussione tutto ciò che si trova agli estremi della zona grigia, mostrandoci due protagonisti che diventano sempre più enigmatici ed ambigui, mano a mano che i minuti scorrono.
Convenzionalmente chiunque penserebbe a Finkel come al “buono” e a Longo come suo antagonista, ma l’interessante gioco di Goold è proprio quello di mettere in discussione tali ruoli, svestendo i personaggi delle proprie maschere e connessioni, per mostrarli colpevoli (con conseguenze ovviamente differenti) dello stesso “crimine”: aver dissimulato la realtà per raggiungere il proprio scopo. Per Goold sia Finkel che Longo sono rei di aver mentito al mondo ed è proprio in questo dettaglio che li unisce che la pellicola acquista l’avvincente intensità che tiene alto l’interesse fino alla conclusione.
Il giornalista nasconde la verità per raccontarne un’altra più d’effetto ai fini del suo articolo, mentre il processato la omette o la manipola per salvarsi dalla prigione. Ma in True Story l’unica verità è che la verità non esiste. Tutto è relativo e l’ago della bilancia si sposta verso chi la racconta meglio, o attraverso grandi capacità oratorie, o davanti ad un foglio bianco.
Anche se alla prima esperienza registica, Goold si dimostra abile dietro la MDP. La sua scelta di non eccedere in nessun manierismo tecnico permette al film di raccontare, in modo serio e professionale, una storia di cronaca molto intensa e delicata.
A conferire solidità ed organicità alla pellicola concorrono, in primo luogo, le interpretazioni di Jonah Hill e James Franco la cui recitazione, a tratti flemmatica e fatta di sguardi e silenzi, coinvolge decisamente lo spettatore che risulta appassionarsi all’intera vicenda processuale. Strutturalmente, il ruolo del protagonista parrebbe riservato al personaggio di Hill, ma entrambi finiscono per costituire una diade pressoché inscindibile, morbosamente unita e perfettamente bilanciata, motivo per cui entrambi si ergono a protagonisti della vicenda, con un Franco credibile, carismatico, affascinante e bravissimo a mentire, capace con la sua ambiguità di trascinare la storia in quelli che sembrano punti morti, salvo poi girarli in spiazzanti colpi di scena.
Quello in cui però sembra fallire True Story, soprattutto nella parte finale, è proprio in uno dei suoi aspetti fondamentali, ossia nel rendere la profondità del rapporto tra Finkel e Longo, tanto che un sottile senso di incomprensione assale lo spettatore durante i titoli di coda. La sensazione è che si sarebbe potuto fare meglio. Al termine dell’intenso “jeu au massacre” di grande efficacia e tensione psicologica, ci ritroviamo di fronte ad una notevolissima prova attoriale, ma totalmente finalizzata alla creazione di un’opera inquietante quanto volutamente problematica, che voglia lasciare più interrogativi che risposte.
True Story è un buon lavoro, che diventa discreto se lo si guarda come opera prima, ma che contemporaneamente appagherà i famelici di crime stories che attingono da storie vere e farà storcere il naso chi, invece, necessita di un “guizzo” per poter perdonare quelle sceneggiature che si limitano a romanzare i fatti.
Alessandrocon2esse
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