
Non è mai facile per un regista girare un film pensato e scritto da altri, può non trovare l’anima originaria della storia o raccontarla con un taglio diverso e questo a prescindere, dal risultato finale.
Clarence Worley (Christian Slater) lavora come commesso presso un vecchio negozio di fumetti e ha la passione per Elvis e i vecchi film di arti marziali. Il giorno del suo compleanno, al cinema, dove va ogni anno in questa occasione, incontra Alabama Whitman (Patricia Arquette) giovane squillo (da soli 3 giorni) mandata li apposta dal proprietario del negozio, per fargli un po’ di compagnia. I due, nonostante il poco tempo e la situazione, si innamorano e Clarence decide di andare dal protettore di Alabama, Drexl (Gary Oldman) per comunicargli che lei non sarebbe più tornata.
Su True Romance aleggia sin da subito la figura ingombrante della persona che ha scritto soggetto e sceneggiatura, quel Quentin Tarantino autore, regia inclusa, pochi mesi prima di quel gioiello di Le Iene. Il risultato, a mio parere, è stato di cominciare a prendere coscienza dell’unicità del modo in cui Tarantino riesce a raccontare alcune storie, senza il quale, perdono, inevitabilmente qualcosa.
Il pur bravo Tony Scott, infatti, adatta a sua immagine una vicenda complicata, fatta di incastri continui e di dialoghi serrati, rimanendone, a tratti, schiacciato. La sua è una regia troppo pulita, completamente schiava del racconto e degli interpreti, che in lunghi tratti, splendono di luce propria. L’impressione è che si sia trovato nelle mani un progetto a cui non era preparato e al quale non è riuscito a dare una personalizzazione forte, soprattutto in termine di intensità dei momenti. Detto questo, paradossalmente il film funziona e funzione bene. Troppo ben congeniata la storia.
Il film è come una scheggia impazzita, una continua estremizzazione delle situazioni e delle emozioni. Vuole e da tutto subito, senza pause, una specie di uragano continuo che però, invece di distruggere, crea. Al centro una storia d’amore, che mischia l’irrazionalità con la purezza, il completo abbandono di ogni freno emotivo, stretto in ogni sua parte dalla profonda convinzione che sia un’occasione da sfruttare. Clarence e Alabama è come se avessero in un secondo, colto la fragilità e l’inconsistenza della loro esistenza attuale, trovando in un sguardo la forza inconscia di fare tabula rasa, ridisegnando prospettive e soprattutto, sogni. E’ come se istintivamente, si fossero lanciati in un auto in corsa, fregandosene di qualsiasi conseguenza, avendo la profonda certezza che il solo stringersi le mani sarebbe stato sufficiente a superare qualsiasi cosa, qualsiasi ostacolo, qualsiasi limite. La cocaina è solo il ponte verso il paradiso, il trasformare una vita di finti sorrisi in qualcosa che ha il sapore straordinario, della normalità. Un’isola felice su cui poggiare la testa senza avere la sensazione di un’incompletezza nata dall’aridità che li circonda, il trovare finalmente, una nuvola colorata in mezzo a un oceano di nuvole bianche e tutte uguali. Intorno a loro un mondo materiale, schiavo della necessità di potere e di supremazia, a prescindere da qualsiasi morale o regola scritta.
True Romance fa incontrare questi due piani di realtà, facendo combaciare per un istante, l’abitudine con la possibilità unica di una vita. Per tutti quelli che circondano Clarence e Alabama si tratta solo di affari, di una normalità giornaliera, per loro invece, è uno sporcarsi per raccogliere le miserie di un’esistenza e farla diventare almeno per un po’, una pepita di felicità su cui fondare un futuro. Un castello immaginario dove posare principesse e principi, paure e limiti, fantasie e realtà.
Il cast. Questo argomento non può non essere analizzato senza considerare anno di uscita e soprattutto, momento in cui ogni persona ha visto, per la prima volta, questo film. Christian Slater, Patricia Arquette, Michael Rapaport, Val Kilmer (anche se il suo Elvis è più pensato che visto), Gary Oldman, Dennis Hopper, Brad Pitt, Tom Sizemore, Christopher Walken, James Gandolfini, Chris Penn e Samuel L. Jacksons. Se a questi aggiungiamo, come detto all’inizio, Tony Scott e Quentin Tarantino, ci accorgiamo di come se contestualizzassimo questo parco di autori ai giorni nostri, ci accorgeremmo della sontuosità delle scelte dell’epoca. Oggi come oggi è quasi utopia pensare di realizzare un film con tanti cosi bravi interpreti, soprattutto in considerazione del budget che servirebbe.
Il risultano come accennato prima, è stato che il film ha, a mio avviso, camminato da solo. La scena che vede protagonista Dennis Hopper e Christopher Walken, ad esempio, è dal mio punto di vista, cinema, nel suo senso più puro del termine. E li l’unica mano che c’è stata è di chi gli ha detto cosa dire (Tarantino), il resto lo hanno fatto loro, con una maestria che cavalca il tempo e il modo in cui imparare a recitare.
True Romance è un grande film incompiuto. Un potevo essere e non sono stato. A mio avviso, se chi l’ha creato e pensato, avesse avuto l’ardore e la possibilità di girarlo, avremmo assistito a qualcosa che avrebbe ancor di più, fatto storia. Perché il film nonostante le imperfezioni dette, è considerato e a ben donde, una di quelle opere che sono entrate nell’immaginario collettivo come ribellione a uno status, a un sogno da cavalcare nonostante qualsiasi ostacolo, a un amore che superi il tempo e le sue idiote regole. Tempo distrutto sia in senso strettamente cinematografico che emotivo. Nel primo caso basta vedere le parti tagliate da Scott (incomprensibili), nella quale spicca il modo con cui Virgil (James Gandolfini) (quanto sarebbe stato perfetto Michael Madsen), aggredisce Alabama nel bagno nell’hotel poco prima dell’incontro finale. E nel secondo, in quel concetto astratto quanto a mio avviso erroneo, di considerare l’amore legato a quanti giorni due persone passano insieme, trascurando la parte chimica che le può unire a prescindere da tutto.
Tarantino aveva scritto un finale diverso, in cui Clarence moriva, unendo le storie di questo film al suo Le Iene (Alabama incontrava Mr. White e lo aiutava in qualche colpo). Io credo che entrambi i finali, quello appena detto e quello invece, mostrato nel film, un amore che continua, abbia un suo perché. La storia era cosi estrema che forse aveva bisogno di quel cuore al termine, la necessità per chi lo vedeva, di assistere a una sabbia bianca in cui i protagonisti potessero sdraiarsi con la solo preoccupazione di quanto il sole fosse forte. Perché in mezzo all’impossibile a volte, è indispensabile vedere il possibile con la sua luce color arcobaleno.
Jonhdoe1978
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