
Gli anni novanta sono stati quelli degli eccessi, di colori, di movimenti e di atteggiamenti. Una rivoluzione culturale pop completamente diversa da quella degli anni settanta e nettamente più pronunciata degli ottanta. Tra le tante cose meravigliose di quel periodo ce ne furono due di molto negative, una legata (almeno al 50%) all’altra: L’AIDS e l’eroina. Certo, entrambe erano nate qualche tempo prima, ma quella decade fu nettamente quella della loro massima espansione e distruzione. Ne va da se, e veniamo al contesto, che molti script (intesi in senso lato) hanno avuto come sfondo questi due argomenti e questo un po’ per la denuncia sociale derivante e un po’ per il senso di espiazione e rivincita che ne scaturiva. A livello cinematografico, per quanto non si può negare opere del tenore di I Ragazzi dello zoo di Berlino e per quanto riguarda Italia/Roma, Amore Tossico, il film che ha segnato questo genere stravolgendo tutto è stato, appunto, Trainspotting.
Non posso in questo contenitore a dimensioni ridotte soffermarmi sull’evoluzione della genesi di questo progetto e di come per certi versi sia scoppiato nelle mani di chi l’ha pensato e scritto (Danny Boyle e John Hodge sulla base dell’omonimo romanzo di Irvine Welsh), ma di certo è d’obbligo parlare della sua componente emotiva. Trainspotting ha distrutto ogni convenzione, portato la devastazione fisica ed emotiva derivante dalla droga e dalla dipendenza in generale a un livello superiore di esposizione e questo senza mai nascondersi e/o trincerarsi nell’espediente del mondo lontano. Sostanzialmente Boyle ha reso il racconto viscerale anche per chi non si è mai avvicinato a quel contesto. E’ riuscito a traslare il concetto di sconfitta particolare al generale dando allo spettatore un senso di possibilità e rivincita (amara e convenzionale) senza dimensione e quindi, magicamente e ideologicamente a portata di mano.
Alla fine ci si alza tutti in piedi scegliendo la vita e tutto il pacchetto senza neanche accorgersene se non nella convinzione empirica che ci si può sempre rialzare e scegliere.
Trainspotting ci ha raccontato la scalata dall’inferno senza dimenticarsi che anche in un percorso del genere esistono le cose per cui sorridere e i paradossi esilaranti della vita dando cosi un senso dannatamente umano, e quindi reale, a tutta la questione. Ci sarebbe ancora da parlare degli attori, dell’innovazione registica, del confine inconscio tra sogno e realtà, dei luoghi, del contrasto inverso tra giusto e sbagliato, dal senso profondo e bellissimo delle scappatoie e del fatto che fregare non è sempre sbagliato, ma lo spazio è finito e a me, e quindi lo obbligo anche a voi, non rimane che rimettere play e rifare il viaggio.
Voto 8.2/10
Jonhdoe1978
Nel cuore della rinascita culturale britannica degli anni ‘90, in un’epoca in cui la Cool Britannia sbandierava orgoglio nazionale a suon di britpop e marketing politico, Trainspotting si staglia come un fulmine a ciel sereno, pronto a demolire ogni patina di ottimismo con la brutalità visionaria di Danny Boyle.
A partire dalla celebre sequenza del “cesso peggiore di Scozia”, in cui il protagonista Mark Renton (uno strepitoso Ewan McGregor al suo primo ruolo cinematografico) si tuffa letteralmente nel degrado per recuperare due supposte di oppio, il film impone un’estetica disturbante, ironica e disperata che travolge lo spettatore.
Tratto dal romanzo di Irvine Welsh e depurato delle sue componenti più ideologiche, Trainspotting è una riflessione tagliente sulla tossicodipendenza e sul vuoto esistenziale di una generazione senza punti di riferimento. Boyle struttura il racconto in tre atti distinti: la prima parte è una cavalcata lisergica nel quotidiano allucinato di un gruppo di tossici scozzesi, accompagnata da una voce fuori campo che diventa dichiarazione programmatica e ironica: “Scegliete la vita”; la seconda mette in scena le devastanti conseguenze delle loro scelte, culminando in una sequenza d’overdose memorabile, dove la regia e il montaggio catapultano Mark in una discesa verso la morte sulle note malinconiche di Perfect Day di Lou Reed; infine, la terza fase offre un’apparente redenzione, che sfocia però in un finale amarissimo, dove il protagonista tradisce i suoi amici per “scegliere la vita”, ovvero conformarsi a una normalità che sa di condanna “tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai”.
Boyle cita Quentin Tarantino, Stanley Kubrick, Martin Scorsese, i fratelli Coen, Nicolas Roeg e Pedro Almodóvar, ma lo fa con una voce propria, sporca e poetica. Lontano dall’essere un’esaltazione dell’eroina (come fu accusato all’epoca) il film è un grido disperato e lucidissimo che denuncia la solitudine, la dipendenza e l’abbandono.
E se Trainspotting è diventato un cult, non è per la sua estetica modaiola, ma perché ha saputo incarnare lo spirito di un’epoca e, allo stesso tempo, scavarne la fossa.
Voto 7.5/10
Alessandrocon2esse
TRAILER: mamma mia come sto.
TRAMA: Sto film quando è uscito è stato na botta, ma non tipo “che bello”, tipo proprio una botta d’eroina in vena che te svegli dopo tre giorni nudo in un fosso a Edimburgo co’ un cucchiaio in mano e le visioni de Begbie che te mena pure nei sogni.
Ce stà Renton, un coatto scozzese magro come un chiodo che invece de cercà lavoro se fa de roba pe’ dimenticà che vive in mezzo a tossici, mamme disperate, amici psicopatici e cessi che sembrano portali per Silent Hill.
Insieme a lui, l’amici usciti da un manicomio per poveri stronzi: c’hai Spud che caga nel letto, Sick Boy che se crede James Bond ma c’ha l’affidabilità de un gratta e vinci, e Begbie… Begbie è tipo er cugino che se lo inviti a cena te ritrovi casa sfondata e due denunce.
La trama? Gente che se buca, gente che vomita, gente che muore, e Renton che a un certo punto dice “ma sai che c’è? Me ne vado da ‘sta fogna pe provà a rifamme ‘na vita. Punto.
È un film che te rimane addosso, tipo l’odore dopo che passi vicino a uno che fuma crack.
Tutto grazie al regista Danny Boyle che usa montaggio a mitraglietta, musica che spacca e colori che manco un trip allucinogeno in Technicolor.
Trainspotting è brutto, sporco, tossico…e va bene così. Perché ogni tanto ce serve ‘na pellicola che te ricorda quanto può esse merda la vita se sbagli pure solo mezza scelta. Mó scegliete: Choose life…na dose de disagio co sto film in vena.
Voto 7.8/10
Mklane
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