
L’uomo e le dipendenze, un connubio perfetto. Sesso, alcol, gioco e droga, tutti pezzi della stessa scacchiera. Quello che li differenzia (e tra di essi è possibile una o più ulteriori sotto classificazione) è l’intensità del rapporto fisico/psicologico derivante, con il secondo che diventa l’indicatore definito dei km percorsi sulla strada dell’autodistruzione.
Personalmente ritengo che siano tre i film che si possono definire la spina dorsale delle storie di droga: Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, Amore tossico e Trainspotting. Tutte e tre entrano nell’annoso tema degli effetti dell’eroina, fisici e psicologici, in maniera travolgente, ma lo fanno, al di la della connotazione storica, in maniera diversa riguardo l’età dei protagonisti: nel primo, quello in oggetto, sono nella fase preadolescenziale, nel secondo in età ormai matura e nell’ultimo esattamente in mezzo a primi due. Se ci si pensa bene, infatti, se uniti, sembrano quasi una cartina di tornasole dei devastanti effetti della droga spalmati in un’intera generazione, dalla genesi alla fine. Senza andare oltre ulteriori analisi comparative, comunque inevitabili, è fuor di dubbio che Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino sia stato il primo film ad addentrarsi nelle pieghe più intime e quindi tragiche di quella dipendenza.
Per aumentare il processo emotivo e di impatto visivo e psicologico il regista tedesco Uli Edel, cosa peraltro ripresa due anni dopo da Caligari, si è avvalso, se si esclude la protagonista, di persone comune e con connessioni dirette o indirette a quel mondo. Questo, ovviamente, ha consentito al racconto di raggiungere picchi di verità assoluta con la storia che è riuscita (e questo è merito di regia e script) a combinare pienamente il taglio romanzato a quello reale, trattasi sempre di fatti realmente accaduti, e da documentario. Questo meraviglioso aspetto visivo è stato determinante per marcare il vero cuore del film: il lento sfiorire che la droga, in particolare l’eroina, comporta nelle persone. I due protagonisti, ma tutti i ragazzi in generali, all’inizio sono belli, sorridenti, propositivi e con la sensazione di avere il mondo e il futuro nelle mani. Con il passare dei minuti questo paradiso mentale, insieme alla sfrontatezza dell’età, si trasforma in una continua, inesorabile e asfissiante discesa verso la schiavitù, con la libertà di scelta che diventa un puntino lontano e sfocato. Proprio questo cambio di prospettiva, con contestuale variazione di sfondi e situazioni, sono la vera vittoria di questa storia. E’ uscita tutta l’anima nera di quella condizione, le costrizioni fisiche e i paletti del giusto e sbagliato, vedi la prostituzione, completamente capovolti.
In casi come questo, la storia ci ha insegnato che molte delle colpe del raggiungimento di questo stato riguardano la famiglia e la sua assenza. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, pur confermando questa tendenza (comunque se una convinzione diventa storica un fondo di verità c’è sempre), la combina, con maestria, ad altre dinamiche che riguardano sia l’emulazione che l’amore. Entrambi questi ultimi elementi, in determinate condizioni e questa lo è, diventano lo scivolo verso la comunque attitudine allo sballo e alla dipendenza. L’io, persona, si mischia al noi, in questo caso la discoteca, e il gruppo quale forza e distruzione dell’io iniziale. La sensazione, dall’alto di una condizione di alienazione della realtà, è quasi di un aiuto reciproco a prescindere e non solo nell’abisso degli effetti, come se il male, se condiviso, possa in qualche modo essere meno pesante e terrorizzante.
Questo non esclude il contestuale abbassamento di tutte le remore e basi di giudizio, con il decente che diventa invisibile e il volersi bene una priorità da non considerare. Proprio questa traslazione della gestione di vita, il film la gestisce con armonia e decisione, catapultando completamente lo spettatore in tutto quello squallore sia a livello emozionale che fisico. Questo, meravigliosamente, senza però disumanizzare i protagonisti che cosi nel film arrivano contemporaneamente sia come vittime che come carnefici, con un’anima buia quasi da compatire. In pratica, l’esaltazione dell’errore ha la duplice funzione, per chi la vede, di condannare e sperare, anche grazie, c’è da dirlo, alla giovane età dei personaggi.
Per chi quegli anni, ma potremmo allungarci sino all’inizio degli anni novanta, li ha vissuti non può non ritenere quelle ambientazioni perfettamente verosimili, cosi come il modo di comportarsi e rapportarsi. La comunicazione, oggi certe dinamiche sarebbero impossibili, era basica e i punti di ritrovo (non tutti potevano permettersi il telefono) l’unica fonte per conoscenze ed esperienze. E’ chiaro che in un contesto del genere, gli autori sono stati bravissimi nell’averlo ricreato (ricordiamo se ce ne fosse bisogno che comunque questo è l’adattamento del libro su Christine F.), la solitudine emerge con forza cosi come la necessità di fuga e svago di un determinato stato sociale. La disinformazione, solo anni dopo arriveranno i mezzi di divulgazione di massa, era a mio avviso la forza e il limite di quella generazione. I rapporti erano più fisici, è fuori discussione, ma anche i rischi e l’analisi di quello che si faceva lo erano. E’ indubbio, anche, che il divulgarsi dell’eroina ha seguito quell’indole umana che vuole la ricerca continua di una qualche alterazione mentale e fisica, come se tale condizione sia e fosse necessaria quasi quanto la vita stessa.
Berlino Ovest, Roma e Londra. Tre città, tre storie, tre messaggi. A Londra, Tranispotting, c’è spazio per la speranza assoluta, a Roma, Amore Tossico, per la sconfitta totale di una determinata generazione, persa in un cambio di vita detto sempre troppo tardi e Berlino Ovest come salvezza amara di una storia senza vincitori e con tanti perdenti. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino ti travolge, ti annienta e ti fa rabbia oggi come allora. E’ un film che con gli anni, tanti ormai, non ha perso nulla del suo fascino e anzi, come peraltro detto nella recensione di Amore Tossico, ha un coraggio di racconto oggi praticamente sconosciuto. Nessun patto, nessun compromesso, solo la storia nuda e cruda per come è e per come dovrebbe essere raccontata. Uno splendido spaccato di cinema ancora non schiavo del politicamente corretto e che ha potuto quindi, grazie alle capacità di chi l’ha messa in piedi, svilupparsi esattamente come voleva: mostrando la realtà.
Jonhdoe1978
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avevo visto il film quarant’anni fa all’interno del Circolo Cinematografico Agorà di Pontedera. L’ho rivisto recentemente e l’ho trovato ancora di ottimo livello. Bella recensione impostato ottimamente le tre Città e i tre film tra cui Amore Tossico