
Tutte le cose hanno un nome e spesso quel nome non è altro che la descrizione di quello che sono o che fanno. Poi però, esistono i nomi che per qualche motivo diventano una metafora, vuoi per semplicità vuoi, o meglio voglio pensare sia cosi, per rispetto. The jacket nello slang inglese, messo ovviamente nel contesto giusto, è il nome che viene dato alla camicia di forza e come è facile capire, pur riferendosi al medesimo oggetto, l’impatto emotivo che si crea tra le due definizioni è diverso: brusco uno, consequenziale e, appunto, rispettoso l’altro.
Sarà un caso, non credo che lo sia, ma proprio la scelta di intitolare questo film con The jacket nasconde la volontà di metaforizzare la storia e quindi renderla un misto tra quello che è e quello che potrebbe rappresentare.
Per spiegare questa affermazione, però, è giusto fare un passo indietro.
La grande difficoltà nello scrivere un film di fantascienza non è quello di sviluppare una storia ma di spiegarla. Semplificando, un viaggio intergalattico è facile da raccontare, è il motivo e il perché che diventano complicati da far accettare allo spettatore. E se questo vale in generale, figuriamoci per i viaggi nel tempo legati, come in questo caso, alla psiche e all’empatia…
E allora qual’è la soluzione? Dal mio punto di vista ce ne sono due: la prima che cerca di instradarti per filo e per segno su cosa succede, perché succede e cosa comporta e l’altra che sorvola su tante cose puntando tutto sulla percezione di chi guarda. Ecco The jacket è l’estremizzazione di questo secondo modo.
La storia sostanzialmente ci mette davanti ai fatti senza darci mai un appiglio di verità, o meglio, di sicurezza sul quale attaccarci. Tutto va avanti quasi sulla fiducia e quello che si vede diventa sempre di più una storia personale, nel senso che ognuno decide a quale strada credere. Avvisando che da ora in poi ci saranno degli spoiler, inevitabili per commentare un racconto del genere, sostanzialmente ci sono tre strade interpretative: la prima che porta a credere a questa sorta di viaggi nel tempo (solo mentale o fisico non importa), la seconda che mira a una trasposizione della realtà solo immaginata dal protagonista nel momento dei trattamenti e una terza, alla quale mi allineo, come una specie di ibrido tra le due nel quale psiche e irrazionale trovano il loro punto di contatto.
Io sono fermamente convinto che una delle più grandi capacità dell’uomo sia quella di aggrapparsi ai sogni, alle immagini e ai gesti di avvenimenti che non sono avvenuti ma che potrebbero farlo o che speriamo possano esistere. E se tutti noi ci avvinghiamo al futuro, disegnandolo come vorremmo, a maggior ragione lo può, o deve farlo, chi non ha più nulla e gli rimane solo quello. Jack Starks (un più che buono Adrien Brody, ci torneremo) si è aggrappato ai ricordi con tutto quello che aveva identificandoli nell’unica persona (la Jackie da bambina) che da un certo punto della sua vita era stata gentile con lui. Da li la speranza di ritrovarla da grande e unirsi empaticamente a lei e alla sua vita. E se questo per certi versi è innegabile nell’interpretazione della storia, la variabile conoscenza mischia le carte (vedi il perché della data e del come della sua morte o il sapere come salvare il bambino) riportando tutto (e qui l’ibrido) su un piano più onirico e quindi più di affidamento. Affidamento perché John Maybury e Massy Tadjedin, rispettivamente regista e sceneggiatore, non ci danno nessuna spiegazione o barlume di essa, lasciano tutto li, quasi che loro stessi non sappiano o non vogliano sapere.
La cosa buffa, e come è facile capire è cosa che si vede molto raramente accadere, è che questa scelta alla fine funziona e anche bene. Il film con le sue continue contraddizioni crea una suspense e una sorte di speranzosa rassegnazione assolutamente coinvolgente e intrigante. Anche il senso di seconde possibilità o di sliding doors della vita, tralasciamo il modo, è gestita benissimo e dà tutto quello che una situazione del genere deve dare.
A coronamento di quanto tutto si sia magicamente sistemato, c’è l’ottima prova dei due attori protagonisti che, a mio avviso, hanno spesso dato meno di quello che avrebbero potuto e dovuto (ovviamente non posso non evidenziare alcune oggettive ottime interpretazioni). Adrien Brody l’ho visto molto più sbagliare un ruolo che azzeccarlo e questa è uno di questi ultimi. Il personaggio gli si cuce addosso e tutta quella triste (ma bella) rassegnazione di cui si diceva gliela si legge in faccia facendo cosi aumentare il valore dei gesti e delle azioni. Stesso discorso per Keira Knightley, attrice che ho sempre trovato limitata nel trasmettere le variazioni di personalità e che qui invece, riesce a esaltarle. Passa dal fanciullesco atteggiamento (cosa che gli è sempre riuscita) alla sensualità e alla maturità drammatica con la stessa intensità.
Il confine tra sogno, realtà e conoscenza è da sempre uno degli argomenti più discordanti ma anche tra più avvincenti. Lo è perché non ci può essere una verità e tutto quello che si dice (o si pensa) non può essere escluso a priori. La conseguenza è che ogni storia di riferimento diventa personale e quindi intima, e quando c’è l’intimo ecco che ci incastriamo con i nostri pensieri e le nostre emozioni. Ovviamente, questa storia deve riuscire a toccare i tasti giusti e The Jacket lo fa dall’inizio alla fine. Anzi proprio l’assenza di riferimenti finali rende tutto più catartico oltre che sorprendente. Sorprendente perché, come detto, alla fine tutta la storia è un continuo andare avanti senza dire nulla e nonostante questo si rimane ben attaccati allo schermo. Scherzi bellissimi del cinema e, come conseguenza, dell’anima.
Jonhdoe1978























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