
Un vecchio saggio diceva che se l’uomo fosse nato per volare, Dio o la natura (ognuno scelga quello che crede), gli avrebbe fatto le ali e, in alternativa, se fosse nato per andare nelle profondità del mare gli avrebbe fatto le branchie. Ma come sappiamo l’uomo non è fatto per la dimensione e quando acquisisce dimestichezza con una cosa ne cerca sempre un’altra e sempre più al limite. Questa è stata una delle considerazioni, cosi spiego il motivo di quanto scritto, che mi è venuta in mente la prima volta che ho visto The Guardian, insieme alla ferma convinzione che per fare certi lavori ci vuole una predisposizione morale fuori dal comune.
Detto questo, Andrew Davis, questo sarà il suo ultimo film, almeno per il momento, è autore di un film che, a mio parere, è un mashup tra Top Gun, La Tempesta Perfetta e Ufficiale Gentiluomo con qualche spunto personale. Attenzione, la mia non è una critica, anzi credo che la sua abilità sia stata quella di prendere il succo migliore di quelle produzioni senza, sia chiaro da subito, raggiungere, però, le vette complessive di nessuno di quei 3 film. Se il senso di perdita e scuola sa di Top Gun, l’evoluzione dell’amore in certi contesti di Ufficiale Gentiluomo e la pericolosità del mare in tempesta, appunto, de La Tempesta Perfetta, la nota originale, che poi nella gestione complessiva è quella che emerge e colpisce di più, è il cambio generazionale.
Per quanto non vogliamo accettarlo, e il film ce lo dice molto bene, il tempo passa e quello che il fisico e la mente ci permetteva con facilità di fare anni prima diventa sempre più difficile. E’ una legge di natura esattamente come quella che certi ambiti, e il mare è uno di questi, sono incontrollabili e vanno al di la dei nostri poteri. Possiamo solo provare ad assecondarli con risultati evidentemente alternativi. La gestione di queste due cose, che potremmo sintetizzare come mutabili (l’uomo) e immutabili (la natura), The Guardian le gestisce con sufficiente capacità, nonostante, è giusto dirlo, qualche scivolo semplicistico di troppo. Quel senso da Vecchio e il mare ad un certo punto diventa troppo pronunciato spalancando le porte, con eccessiva facilità, a quello che era l’epilogo. Tanto per capirci, i contenuti del film presi singolarmente hanno una buona valenza, mentre la loro concatenazione è un pizzico troppo scolastica soprattutto, e qui torniamo a poche righe fa, chi di storie del genere ne ha viste più di una. In certi momenti è troppo facile intuire la scena successiva e dove la storia vuole andare a parare. E se questo vale in generale, poi esiste un altro aspetto, molto più imprevedibile e, personalmente, il più importante di tutti: l’affinità irrazionale con la storia. Ci sono stati dei momenti, infatti, in cui quello scivolo di cui ho detto, è passato in secondo se non in terzo piano e tutta la mia attenzione è andata sul doppio percorso dei protagonisti: di accettazione, crescita e aspirazione del giovane Jake Fischer e di accettazione e riequilibrio del più navigato Ben Randall. E’ evidente che il loro punto in comune è l’accettazione seppur, inevitabilmente, con una prospettiva completamente diversa. Questo piccolo senso magico e sospeso, che abbiamo da circa mezz’ora dall’inizio sino agli ultimi 20 minuti, salva molto del film e allevia l’inizio e una fine (con esclusione degli ultimi 2 minuti, ci torneremo) che di sorprendente e di suspence aveva pochino.
Oggettivamente all’altezza il senso di rischio e rispetto dell’acqua, mare o piscina che sia. Qui la ricostruzione, considerando ovviamente il periodo, è più che buona e rende per quello che deve sia come simbologia che proprio come manifestazione visiva.
Qualche dubbio, invece, mi rimane sulla recitazione e questo sia riguardo a Kevin Costner che Ashton Kutcher. Il primo alla lunga è troppo gelido e quando serve di lasciarsi andare non lo fa come dovrebbe. Certo, questo è il suo modo di recitare, ma stavolta ci sarebbe stato bisogno di qualcosa in più, alla Un Mondo Perfetto per intenderci. Altrettanto poco empatico Kutcher, in particolare quando è necessario spogliarsi l’anima e dare allo spettatore tutta la fragilità del personaggio.
E arriviamo alla fine che in qualche modo, come accennato, regala quel pizzico di magia di cui la storia aveva bisogno. Questa specie di ascensione morale la si ottiene, cosi spiego perché non va in contrasto con le lacune del film e la recitazione a singhiozzi dei protagonisti, con l’idea che il racconto va a creare. Pur accennandolo a parole, la percezione del mito e di come noi come uomini vorremmo in qualche modo essere ricordati, anche al di la della logica e della verità, arriva intensamente e soprattutto, si sovrappone al nostro desiderio e a quello che vorremmo per noi. Non si parla più di giustizia, stile o colori, ma di pure e semplice sogno sospeso e condiviso. E non essendo tale creazione cosi lontana dal senso generale del resto del film, ecco che funziona e dona quel sapore di piccola immortalità a cui bene o male aspiriamo tutti sia in certi racconti che nella vita…reale.
Jonhdoe1978























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