
Il pugilato ed il cinema. Da sempre questo binomio è stato terreno fertilissimo per l’ambientazione di pellicole sulla maturazione e tutte quelle sfide, siano esse vittoriose o fallimentari che si trasformano in allegorie di vita.
Proprio per questo motivo, leggendo la trama e le prime recensioni di The Fighter, ci si aspetterebbe di trovarsi davanti all’ennesima storia di cazzotti e riscatto sociale a cui il cinema americano ci ha ben abituati e, ad essere onesti, effettivamente è così…The Fighter non spicca certo nel gruppo per la sua originalità, ma oltre ad essere un film che sfrutta la boxe come strumento di emancipazione, è anche qualcosa di diverso.
The Fighter è uno scomodo viaggio nella profonda voragine dell’America del proletariato. Una storia che pur avendo due protagonisti, i fratellastri Micky Ward (Mark Wahlberg) e Dicky Eklund (Christian Bale), è il racconto/ritratto corale di una famiglia capitanata da una cinica, egoista e tiranna madre/matriarca e di certi ambienti, dove per riuscire a “farsi strada” si può contare solo su se stessi (e sui propri muscoli nello specifico).
Il regista David O. Russell, finito a dirigere il film dopo gli illustri rifiuti da parte di Martin Scorsese e di Darren Aronofsky (finito poi fra i produttori del film), ha l’enorme merito di approcciare al racconto con semplicità e pulizia, seppur mantenendo il suo stile virtuoso e, soprattutto, di lasciare estrema libertà al talentuoso cast a disposizione. L’ intelligenza registica, l’ottimo lavoro di sceneggiatura di Scott Silver (quello di 8 Mile per intenderci), Paul Tamasy ed Eric Johnson e le performance attoriali di altissimo livello, sono senza ombra di dubbio le qualità che hanno fatto breccia fra gli spettatori.
Fin dalle prime scene il film di Russell dimostra di avere risolutezza: la macchina da presa a mano, il finto 16mm “bombato”, la forte sovraesposizione della fotografia. Tutto sembra volerci condurre in una specie di Docufilm sui quartieri disagiati e, come sottolinea lo stesso regista con la didascalia “Basato su una storia vera”, la pellicola si sviluppa infatti nell’arco dei 18 mesi in cui la HBO girò realmente un documentario sulla dissoluta vita di Eklund e la sua dipendenza dal crack, mentre il fratello Ward raggiungeva la conquista del titolo intercontinentale dei pesi superleggeri. Un film dentro il film. La storia di un documentario su due persone vere, raccontata in un film travestito documentario.
Il plot, come abbiamo già detto, non è il massimo dell’originalità: la riscossa dall’ inettitudine è un tema già affrontato in decine e decine di pellicole, Rocky di John G. Avildsen e Cinderella Man di Ron Howard per citarne un paio sul genere e con lo scontatissimo “Happy Ending”; ed anche il tema della famiglia oppressiva e contraria al talento di un papabile campione, l’abbiamo già visto in Million Dollar Baby di Clint Eastwood. E allora qual è il segreto che ha portato The Fighter a tramutare un budget iniziale di 25 milioni di dollari in un incasso di 130 in tutto il mondo?
The Fighter, pur di smuovere lo spettatore, è disposto ad usare ogni suo mezzo a disposizione. Tutti i personaggi, figli di un’America reale e non da copertina patinata, non si fanno scrupoli a guardare dritto negli occhi gli spettatori in sala e sbattergli in faccia tutta la malinconia di chi non ha mai avuto alcuna chance nella vita. Russell ha attinto tutto ciò che poteva dalla vera vita dei due protagonisti, al punto che il vero Dicky Ward si è risentito per la rappresentazione della loro famiglia e, in particolare, al trattamento riservato alla madre Alice Ward, la vera “cattiva” di tutta la vicenda interpretata da una intensa Melissa Leo, meritatamente premiata come Miglior Attrice Non Protagonista.
Una pellicola che utilizza la boxe, per raccontarci una storia sulla fragilità umana e quei rapporti di “convenienza” che nascono ad ogni livello di qualsiasi gruppo sociale, a partire proprio da quello basilare: la famiglia.
Menzione d’onore finale a tutto il Cast. Oltre alla Leo, anche l’ennesima prova da trasformista di Bale è stata premiata con l’ ambita statuetta del Migliore Attore Non Protagonista e, lasciatemelo dire, varrebbe da sola la visione del film. Scommessa vinta alla distanza anche dall’ ex principessina rosa Amy Adams, nei panni della sexy e sboccata barista “da MTV” Charlene Fleming. Una tacca sotto gli altri, ma comunque in stato di grazia rispetto ai precedenti lavori, resta Wahlberg che però ha il grande merito di aver creduto fortemente nel progetto e di averlo recuperato dai margini di Hollywood dove era finito. Gli stessi margini dove deve aver trovato Russell, finito lì per aver avuto il coraggio di mettere in pratica quella che (pare) sia la volontà di parecchi registi: prendere a pugni George Clooney.
Alessandrocon2esse
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