
Quello che come uomini ci definisce è la coscienza di quello che siamo quale sunto della nostra sensibilità, del nostro carattere e dei nostri ricordi. Senza saremmo una matassa confusa di istinti e azioni casuali senza un nesso logico e conseguenziale.
Anne (Olivia Colman), come ogni giorno, si reca nell’abitazione del padre Anthony (Anthony Hopkins), uomo di 81 anni con una spiccata personalità e senso di indipendenza. Il motivo del contendere è ormai apparentemente, sempre lo stesso: l’inammissibilità da parte di lui di essere accompagnato da qualsiasi persona ritenendosi ancora completamente autosufficiente. Anne di contro, cerca di spiegargli che non è cosi e che è indispensabile invece trovare una persona e una sistemazione adeguata soprattutto in considerazione dell’intenzione da parte sua di trasferirsi per amore a Parigi. Anthony sembra scosso per questa notizia almeno sino a quando non viene destato dalla porta che si apre e che gli fa trovare davanti un uomo che lui sembra non conoscere.
I più grandi timori che abbiamo man mano che l’età avanza, oltre alla morte ovviamente, sono sostanzialmente quello di rimanere da soli e soprattutto, perdere la percezione della realtà confondendo e/o dimenticando fatti e persone. Quest’ultima situazione a livello cinematografico, è stata sempre affrontata dalla prospettiva di chi come amico o parente ha subito tali debolezze o, dandone un sunto complessivo tra i vari protagonisti. The Father inverte completamente questo ordine mostrandoci, senza, in particolare nella parte finale, tralasciare il contesto generale, le ripercussioni di tali difficoltà dagli occhi e dalle sensazioni di chi ne sta soffrendo. Questo cambio dei fattori stravolge completamente l’ordine delle cose, partendo dall’inevitabile considerazione che chi comincia ad avvisare buchi di memoria e comportamento non lo sa, non se ne accorge, con un automatico aggiustamento psichico atto a giustificare e dare un senso a quello che vive e fa. La difficoltà di tale rappresentazione, che trova appunto, le sue basi nelle disfunzioni temporali e nelle sovrapposizioni dei ruoli delle persone, stavano appunto nella capacità di riuscire a dare un senso comprensibile e chiaro a un qualcosa che trova nella confusione la propria ragion d’essere.
Ed è proprio su questo che a mio avviso, Florian Zeller, al suo primo lungometraggio, ha vinto la sua sfida riuscendo a mischiare e ad unire l’inferno alla realtà, la perdita con la speranza, dando una dimensione triste e a tratti cinica per quanto veritiera, a una possibile situazione. Il caos interno, inteso come una tela che non riesce più a distinguere e a tenere separati i vari colori, è gestito con maestria, una perfetta sintesi di costruzione e distruzione. Anthony, appunto, appare come un costruttore al contrario, un uomo che dopo aver tirato su palazzi ora è costretto, suo malgrado, a distruggere continuamente muri nel tentativo di ritrovare un orizzonte ormai smarrito. Intorno la sensibilità e l’insensibilità percepita da lui ovviamente, in maniera alternata e sfasata adeguata ormai a quello che il suo nuovo e in continuo peggioramento, piano di realtà. Il tempo diventa quasi uguale e ciclico, con i protagonisti che assumono ogni volta identità e fattezze diverse, figlie, quasi sempre, dalle ombre appena viste o semplicemente, da pezzi di discorsi appena sentiti. Un mondo ormai chiuso, quasi una scatola che si riproduce infinite volte per auto conservarsi e non concedersi a quella che per molti versi sarebbe la follia. Uno scorrere del tempo che perde le sue fattezze e che anzi, costringe la mente a tornare indietro, in quello stato in cui tutto forse era più facile, e dove c’era sempre qualcuno, rappresentato nella mamma, che ci proteggeva senza misure e senza domande.
Il film si regge sostanzialmente, su due attori Oliva Colman e Anthony Hopkins. Mentre però, la prima, in linea con quello che mi ha sempre trasmesso, è convincente solo a tratti, il secondo è autore dell’ennesima grande prova della carriera. Detto questo però, credo che anche per lui valga quanto detto da me per Nomadland: in condizioni normali non avrebbe mai vinto la stuatuetta come miglior attore protagonista.
Certi tipi di questioni sono e saranno sempre soggette a varie interpretazioni, legate come sono a valori personali e in quanto tali poco oggettivi. The Father li affronta con un taglio originale, soffocando e straziando in alcuni momenti, ma soprattutto senza lavarsene le mani. La cosa più facile, infatti, sarebbe stata quella di narrare una storia lasciando a ognuno la giusta dimensione dove collocarla. Il risultato sarebbe stato ugualmente buono ma secondo me, avrebbe perso quel senso di brutale e allo stesso tempo, di inevitabile e circolare a cui aspirava il film. Si ha quasi un senso di sconfitta ingiustificata, l’amara considerazione che le cose sono andate come dovevano andare, e forse per questo ancora più mal digerite. Alla fine tutti i cattivi non erano altri che i mostri che la testa del protagonista si creava alla ricerca disperata di un nemico concreto da combattere rifiutando l’idea di star perdendo se stesso e quello che ha sempre rappresentato. E questa sconfitta generazionale lascia l’amaro in bocca per quel senso di impotenza che ti lascia legata come detto, alla circolarità del tempo che a volte ti porta indietro per farti andare avanti nel tentativo di provare ad aggrapparti a un piccolo minuscolo indispensabile appiglio.
Jonhdoe1978
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