
C’è chi crede che la vita sia una conseguenza diretta di tutte le azioni e le scelte fatte e chi invece, che sia tutto un grande incastro dove il destino la fa da patrona. E’ ovvio che non credo si possa delimitare un linea precisa tra i due approcci, ma solo avere una tendenza soggettiva su uno o su l’altra prospettiva. Personalmente credo fortemente che le scelte siano importanti ma il fattore caso lo sia un filo di più se non altro perché esso ha la capacità (cosa che non avviene al contrario) di annullare le prime.
Deve pensarla come me anche Jieho Lee, tanto da basarci il suo vero e al momento anche ultimo vero progetto cinematografico. The Air I Breathe (letteralmente L’aria che respiro) è un film sostanzialmente a spirale: diviso in 4 parti che prendono come spunto 4 determinati stati d’animo/sentimenti (da qui il nome stesso dei personaggi, felicità, piacere, dolore e amore) tende a sovrapporre e intersecare le storie che racconta, portando cosi alla luce quell’elemento di casualità (pensata) di cui si diceva poche righe fa.
Prima di proseguire sottolineo che anche questo film rientra in quel mio consueto viaggio mensile alla ricerca di Dvd (fisici) nei luoghi ancora adibiti o più semplicemente in quelli online. Stavolta il motivo della scelta è stato facile e può essere riassunto con: Kevin Bacon, Julie Delpy, Brendan Fraser, Andy García, Sarah Michelle Gellar, Clark Gregg, Emile Hirsch e Forest Whitaker. Sostanzialmente un cast del genere non poteva lasciami indifferente ed ecco che quel prodotto è finito ben presto nelle mie mani.
Detto questo e tornando alla disanima iniziale, c’è subito da dire che il primo elemento che il film vuole prendere in esame è la differenza tra l’essere e l’apparire e come spesso il secondo sia foriero di banalità e/o errore, oltre che uno stereotipo pericoloso. Nel caso specifico e se non avere visto il film vi conviene fermarvi, Felicità (Forest Whitaker) è la rappresentazione fedele di quello che la società ci dice di fare: studiare, essere rispettoso, trovare un buon lavoro e vivere da onesto cittadino. Può essere questo sufficiente per essere, appunto, felici? Assolutamente, no. L’uomo ha bisogno di picchi emotivi, di onde anomale che gli rompono gli argini e gli fanno schizzare fuori tutti i sensi insieme. In una parola: vuole essere vivo e se questo vuol dire, estremizzando, bruciarsi subito…il gioco probabilmente vale la candela.
Il secondo episodio, Piacere, è ancora più intimista del primo e mette in risalto la comunicabilità silenziosa di Brendan Fraser. Tralasciando l’escamotage fantascientifica, che poi altro non è che la metafora dell’appiattimento emotivo, quello che rimane è l’accuratezza con il quale si vuole entrare nelle pieghe intime della solitudine e della rassegnazione. Piacere sembra essere il proseguimento (e infatti i due hanno una sorta di rapporto) di Felicità, seppur vista sotto un aspetto meno vorace ma con gli stessi effetti: un rodersi lentamente dentro. La conclusione è meno roboante e tende più ad aprire l’altro episodio più che a dare una morale conclusiva al suo (la si troverà dopo).
Ecco, credo che proprio in questo momento, siamo a metà film, si spengano i veri meriti di questa produzione e ne iniziano i limiti. Il terzo, Dolore (Sarah Michelle Gellar) e soprattutto, il quarto Amore (Kevin Bacon), non riescono a tenere lo stesso livello dei primi soprattutto in termini di attendibilità e coinvolgimento. In particolare l’ultimo, come accennato, perde proprio i parametri dell’accettabile rientrando in un poco credibile turbine di eventi, che riesce a salvarsi solo con la fine. Quest’ultima fa da collettore a tutto e riesce a dare un minimo di senso collettivo al discorso e soprattutto, a ridare interesse e profondità a una morale concettualmente molto interessante e chiara ma che si era pericolosamente diluita. Tanto per entrare in minimo nello specifico, la vicenda è diventata più visibile che invisibile e non c’era quindi più quella lettura dell’anima a cui evidentemente si era puntato, a mio avviso, con successo all’inizio. In più, in questi ultimi istanti, si è aggiunto anche quell’antico pensiero per cui la disgrazia di uno si compensa quasi sempre con il successo di un’altra, quasi che il mondo voglia , o meglio, abbia la necessità di tenere una specie di equilibrio apparente.
Gli slogan con cui il film è stato accompagnato sono stati:
Sometimes the things we can’t change…end up changing us. (A volte le cose che non possiamo cambiare…finiscono per cambiare noi.)
Happiness. Sorrow. Pleasure. Love.
The question is not whether we will die, but how we will live. (La domanda non è se moriremo, ma come vivremo).
Non è un caso che ho voluto indicarli e questo perché confermano come i veri episodi con un forte cuore siano stati i primi due, con i secondi che hanno ricevuto solo luce riflessa venendone in certi tratti accecati. Come vivremo è, infatti, palesemente riverito a Felicità e poi di riflesso a Dolore, cosi come il cambiare è tutto per Piacere e solo di ritorno ad Amore. E sinceramente non credo sia una scelta, ma solo una vena creativa in calante, cosa poi confermata dalla carriera (assente) di Jieho Lee. E come, metaforizzando noi, che a un certo punto si sia spenta la vena poetica e si sia dovuto proseguire sino alla fine con quella razionale. Un peccato.
A differenza di molti altri film visti e raccontati nel mio viaggio costante nei negozi e/o siti specializzati, questo è presente, almeno nel momento in cui sto scrivendo (dicembre 2025), su Prime. Io credo che uno sguardo lo meriti se non altro per apprezzare un Frazer diverso, molto in sottrazione ma umanamente molto buono, e un tema che se preso dalla giusta prospettiva qualcosa ti lascia. E quando una storia ti porta a riflettere, anche per poco, vuol dire che dentro un pizzico di te c’è e quindi ne vale sempre la pena viverla.
Jonhdoe1978























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