
A tutti è capitato almeno una volta nella vita di alzare di notte lo sguardo e fermarsi a guardare le stelle. In quell’attimo la nostra attenzione va inconsapevolmente su quelle più luminose che paradossalmente, stanno attraversando l’ultima parte del loro ciclo. Stanno morendo. Quest’ultima parte, definita nova o supernova, consiste in un’esplosione finale di enormi proporzioni, tali da influenzare l’andamento e il sistema degli altri astri vicini. Un po’ come succede alla nostra vita quando accade un determinato avvenimento.
Sam (Colin Firth) e Tusker (Stanley Tucci) sono a bordo del loro camper in direzione Lake District, lago nel nord/ovest dell’Inghilterra, luogo nel quale si sono praticamente conosciuti più di vent’anni prima. Durante la prima sosta Sam, al ritorno dal market circostante, non ritrova Tusker. Spaventato comincia a cercare nei luoghi limitrofi fino a quando gli compare davanti fermo nei pressi di una staccionata in completo stato confusionale. La demenza senile, motivo per cui si sono imbarcati in questo viaggio, sta peggiorando velocemente.
Mostruosi. Questa la parola che ha continuato a martellarmi in testa, riferita ai due attori protagonista, durante la visione di Supernova, primo film da regista del giovane Harry Macqueen. Sono proprio loro due, Colin Firth e Stanley Tucci, infatti, a rendere questo film un gioiello assoluto essendo riusciti a travalicare il semplice senso della trama trasformandola in qualcosa di profondamente intimo e soprattutto delicato. L’impressione è che il regista, appunto, abbia costantemente fatto un passo indietro lasciando ai due piena autonomia interpretativa, la libertà di poter indirizzare i momenti e i silenzi. Proprio quest’ultimi, insieme ai gesti e agli sguardi fugaci, sono il vero succo del film, l’aver mostrato come certi legami viaggiano su una linea comune incredibilmente forte nella quale le spiegazioni sono solo un qualcosa in più e non il reale motivo dell’essere.
La storia parte da un fatto: la malattia. Niente di nuovo insomma, di film su questo tema ce ne sono stati centinaia e non tutti sono stati capaci di gestire il vantaggio emotivo che tale condizione porta nello spettatore. Supernova invece, ci è riuscita e questo senza alzare la voce, erpicandosi in luoghi solitari quasi a tirar fuori da questa situazione la voracità e la velocità della vita e della città. L’immensità delle distese ha fatto da corollario ai pensieri, ai dubbi e soprattutto alle paure inevitabili di non esserci più, di non essere più se stessi o di rimanere da soli. Questi tre timori si sovrappongono e si intersecano continuamente non lasciando alla fine spazio a un ordine definito di importanza. Il vecchio e irrisolvibile quesito se è peggio andare o rimanere ancora una volta, non trova nessuna soluzione perso nella coscienza di un amore tanto materiale quanto etereo. Il passo di Sam è di chi sta andando lentamente verso la fine del mondo, di quel luogo dove avere la persona vicina o non averla fa tutta la differenza del mondo, l’essere pronto a precipitare però, egoisticamente, solo lentamente, sopportando l’inevitabile nulla che vedrà negli occhi del suo amore. Dall’altra parte c’è Tucker e la sua ferma rassegnazione verso un mostro troppo forte e la voglia incondizionata, come da sue parole, di non voler essere solo un passeggero. Lui parte dal presupposto che la coscienza di noi, la presenza dei nostri sentimenti e delle nostre capacità, alla fine sono tutto quello che siamo, le cose che ci distinguono dal puro istinto o incoscienza. Questi differenti approcci dei due protagonisti, soprattutto nella parte finale, si innalzano quasi a far scomparire il resto del mondo, diventato improvvisamente piccolo e spersonalizzato. Il viaggio da emotivo si trasforma a metafisico e l’amore da necessario a immortale. In quel momento, ed è questa la magia che sono riusciti a creare i due attori, la telecamera sembra non esserci, ci sono solo due anime indissolubili che cercano un modo non per separarsi ma di sentirsi diversamente. In quei minuti si crea una bolla statica nella quale tempo e giudizi vanno a farsi benedire sostituiti dalla personale attitudine all’altruismo e al sentimento. Supernova, infatti, non emette giudizi, nessuno ne avrebbe diritto, ma ci mostra una parte delle possibilità con dignità e rispetto sia dell’essere umano che delle unioni. Che la coppia sia di due uomini perde sin da subito importanza sostituita da quel corpo senza sesso che è l’amore, la simbiosi necessaria di un percorso insieme. L’intimità soggettiva dei piccoli gesti, la consacrazione del bene superiore e indispensabile come il vero fulcro della vita che senza sarebbe una triste passeggiata sotto un cielo senza sole e senza pioggia.
L’ultima danza ha il sapore sconfinato dell’irraggiungibile, di lasciarsi per rimanere, di quel senso astrale che tutti almeno una volta avremmo bisogno di toccare. Quella delicatezza dentro le urla necessarie, per afferrare tutto quello che rimane convinti che nella fine ci sia un qualche inizio. L’inizio di qualcosa di diverso e forse ancora più intimo seppur meno appariscente o luminoso, esattamente come una supernova che dal niente ricrea tante piccole nuove stelle.
Jonhdoe1978
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