
Considero Michael B. Jordan un pessimo attore, nel recitare ha due espressioni e neanche troppo convincenti. Questo, direi quasi inevitabilmente, mi ha portato a non mettere il film in oggetto in cima alla lista dei desideri. Poi, come è giusto che sia e speriamo non smetta mai, esiste il tran tran mediatico e la mia curiosità, nonostante come al solito non sapessi nulla (ma proprio nulla) su trama e storia, è stata attirata portandomi ad andarlo a vedere.
Prima di entrare nel particolare è giusto avvisare che questo è il classico film che per parlarne è necessario qualche spoiler, quindi se non l’avete visto e non volete (giustamente e come faccio io) sapere nulla… fermatevi qui.
Ryan Coogler è un buon regista/autore. Il primo Creed è indubbiamente un buon film e anche i due Black Panther, nonostante qualche limite di genere, non possono essere considerati progetti sbagliati. Assodato questo, e non è un brutto biglietto da visita, la curiosità riguardava il fatto che questo era il primo script da lui completamente concepito e tutti sappiamo come sia diverso fare e scrivere qualcosa poggiandosi un’idea già esistente o meno. E mettendo subito le basi sul discorso, devo dire che alla fine la prova è superata nonostante l’idea generale non sia propriamente unica. E’ abbastanza evidente, e per chi l’ha visto non può essere una sorpresa, che lo sviluppo generale è lo stesso di Dal tramonto all’alba di Rodriguez: una prima parte che sembra parlare di una cosa e una seconda (dopo i primi 40 minuti non l’avrei mai immaginato) dentro un luogo e tanti brutti vampiri a cercare di farli fuori, o meglio di trasformarli. E’ ovvio che tutte le premesse e le motivazioni dei due film sono completamente diverse, ma concettualmente non si può non notare le somiglianze. Detto questo, credo che la vera forza di Sinners (stavolta la traduzione italiana I peccatori funziona) sia proprio nella prima ora se non altro perché il cuore e il ritmo di luogo e protagonisti arriva con potenza. La seconda, che come accennato è stata per me sorprendente (mi aspettavo qualcosa di oscuro, ma i vampiri mai), smarrisce un po’ di traporto soprattutto, perché cade in tanti grandi limiti di produzioni del genere. Sono evidentemente troppi i momenti in cui il protagonista di turno si salva all’ultimo momento o che la motivazione generale si perde di fronte a quella (molto labile) particolare. Per carità, quello che Sinners ci racconta è una grande metafora sulla vita, sul razzismo e sulle concezioni esasperate della religione, ma il mezzo sembra per quasi tutta la durata del film non sempre all’altezza. In pratica, si ha la perenne sensazione che manchi sempre qualcosa al film per rapire del tutto.
Decisamente ottima l’idea dell’invito per far entrare il maligno, si crea un confine ideologico molto sottile, quasi di rispetto dei ruoli e delle intenzioni. Ovviamente, poi la cosa degenera, non poteva essere altrimenti, ma fin quando regge la tensione generale ne guadagna moltissimo.
Altra cosa da sottolineare è la gestione del messaggio razzista, equilibrato e soprattutto, non omnicomprensivo. Ci sono infatti, quasi come estremizzazione, gli appartenenti al Ku Klux Klan, ma anche l’amore tra bianco e nero e il rapporto di amicizia tra neri e asiatici. Insomma un’immistione totale e correttamente variegata e quindi, dal mio punto di vista ben lontana da quella più volte raccontata da Jordan Peele (i due registi sono spesso comparati), autore per me tra i più sopravvalutati del settore. Senza addentrarmi in questo discorso, sarebbe troppo complesso e mi fermo dall’affermare che abbia trovato pessimo Get Out, Coogler ha una percezione della realtà e una capacità comunicativa di un altro livello e questo film, dopo gli altri lavori, lo conferma pienamente.
Nonostante questo bel quadretto Michael B. Jordan non si salva. E’ evidentemente la sua prova migliore, interpretare due personaggi non è per nulla facile, ma quella sensazione di immobilità facciale rimane e in certi momenti è ingombrante e imbarazzate. Fortunatamente la storia nel suo complesso regge a prescindere e lui almeno ha avuto la capacità di non fare danni irreparabili.
Sinners ti trascina nel Mississippi anni trenta facendoti assaporare l’immensità del territorio e tutti i limiti di un periodo complicato e giustizialista. Le musiche blues sono meravigliose e sono da apripista da quello che secondo alcuni è il vero cuore del film: la storia in chiave diversa di Robert Leroy Johnson. La leggenda, infatti, narra del patto che Jonhson fece con il diavolo per diventare il più grande chitarrista del mondo, privandosi della sua anima. Per carità, quello che succede a Sammie “Preacher Boy” Moore nel film è un po’ diverso, ma non si può nascondere che qualche somiglianza c’è.
Ho lasciato intenzionalmente per ultima la mia sulla gestione della fine e su come essa abbia influenzato il mio giudizio finale. Io credo che si sarebbe potuto fare di più soprattutto, in termini di complessità. Le semplificazioni, soprattutto quelle durante e post titoli di coda, sono evidenti e mal si conciliano con tutto quello che sin li si voleva raccontare. Il fatto che il “triello” bianchi/neri/vampiri alla fine voleva essere un due è evidente, ma c’era bisogno di qualcosa di più per darne conto alla morale complessiva. Peccato, perché l’ambientazione generale della storia è stato di livello assoluto cosi come la costruzione iniziale dei personaggi e della loro natura. D’altronde di Dal tramonto all’alba ce né uno ed è difficile farci i conti senza pagare dazio.
Jonhdoe1978


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