
Alexander Payne, ormai “ex” astro nascente della cinematografia d’autore americana, sembra aver piazzato nel cuore del suo cinema una specie di “crepuscolo dell’esistenza”. Dopo aver affrontato la vita del vecchio pensionato frustrato Warren Schmidt, ormai concretamente indirizzata verso il traguardo finale, stavolta lo studio del regista si traveste da Road Movie e fa retromarcia verso la mezza età, analizzando più nello specifico la figura del “perdente” a stelle e strisce.
Basato e sorretto dalla base letteraria dell’omonimo romanzo di Rex Pickett, Sideways – In viaggio con Jack racconta della settimana “On the road” di due amici quarantenni: Miles Raymond (Paul Giamatti), insegnante insoddisfatto con il sogno di pubblicare un romanzo, depresso, introverso, imbranato con le donne e ancora innamorato della sua ex-moglie e Jackson “Jack” Lapote (Thomas Haden Church), attore di soap opera piacione, belloccio ed in attesa di convolare a nozze, ma ancora convinto apostolo del motto “Ogni lasciata è persa“.
Apparentemente molto diversi tra loro, i due protagonisti scopriranno attraverso una “Ricerca del tempo perduto” tra i vitigni più prestigiosi del sud della California, di essere accomunati, oltre che da una straordinaria amicizia che li lega sin dai tempi del liceo, dall’angosciante presa di coscienza di essere invecchiati e non disporre più né di fresche energie, né di illimitato tempo, per tenere il passo nella disperata corsa al successo che da sempre impone la società.
Dopo un inizio in sordina, proprio come un vino di qualità, la pellicola prende sempre più corpo e sorso dopo sorso, grazie ad un ritmo più serrato e a strepitosi dialoghi, si fa largo nelle emozioni dello spettatore per tutti i suoi 123’, facendone apprezzare anche i soffici tannini dei suoi risvolti introspettivi, fino all’incisivo finale dal retrogusto amarognolo e dalla persistente aroma che, tra sogni distrutti, malinconia ed insoddisfazioni esistenziali, pone l’accento su ciò che realmente conta.
La storia dei due amici per la pelle, dolceamara considerazione sul continuare ad essere “novelli”, o apprezzare i piaceri della maturità della “barrique”, riesce ad afferrare lo spettatore per lo stomaco, facendolo lentamente precipitare in una girandola di emozioni che stordiscono con dialoghi sinceri ed immagini di una purezza sorprendenti.
Ironico e riflessivo, Sideways delinea i personaggi, le loro debolezze e le loro forze, mettendo tutto in parallelo con il vino e alle sue modalità dell’invecchiamento, di conservazione e di degustazione. Il racconto della lunga e frizzante settimana trascorsa dalla coppia di protagonisti alla ricerca del “Pinot perfetto”, non è altro che l’alcolica metafora rappresentante l’obbiettivo della felicità sfuggito, nella vita reale, ad entrambi.
La ricerca del vino perfetto si trasforma pian piano sullo schermo, dapprima in ricerca dell’amore perfetto e, successivamente, in ricerca del senso della vita. Giamatti e Haden si rivelano eccellenti artefici di questa divertente “Saga dell’indecisione”, nella quale due uomini agli antipodi mettono a confronto le loro diverse attitudini e ambizioni, compensando a vicenda i loro istinti più disastrosi e provocando contrasti che danno luogo ad una serie di paradossali situazioni, talmente disperate da non poter risultare comiche. I sette giorni che trascorrono insieme sono il percorso di crescita di due uomini. La cultura di Miles da una parte, l’istinto animale e grezzo di Jack dall’altra. Anche i loro gusti per le donne, naturalmente, viaggiano di pari passo con quelli per il vino: per Miles devono essere rare ed uniche, da sorseggiare ed apprezzare nella loro maturità; per Jack devono avere la tempestiva esplosività di un Frizzantino.
Giamatti, vergognosamente fuori dalle nominations per l’Oscar, è la vera anima della pellicola: il suo Jack è il simbolo della normalità che vince e (più spesso) perde, ma che lotta sempre a testa alta. La sua insperata maturazione, al quale il finale aperto affida qualche residuo barlume di speranza, è sublime didattica senza pretesa a voler infondere regole che ci ricorda che la vita, come una bottiglia di vino, può migliorare col tempo. Tutto sta a capire quando è il momento giusto di godersela.
La sceneggiatura, senza dubbio alcuno il punto di forza del film, riesce con ironia, sensibilità ed un ravvisabile cinismo di fondo a dare solidità ai personaggi, donando loro una verità profonda e toccante. Si sorride, qualche volta si ride e ci si lascia sgualcire dalle pieghe di due vite lontane dall’eccellenza. Gli stereotipi sono nell’aria, a partire dai due protagonisti complementari, ma il regista riesce sempre ad evitarli, consentendo ai personaggi di non trovare facile riparo sotto un unico aggettivo. Sideways è costruito su uno script raffinatissimo, capace di disegnare almeno tre personaggi favolosi, tristi e veri per quanto mai è possibile. Oltre a quelli di Giamatti e Church, altro personaggio degno di nota è infatti quello di Maya Randall, interpretato da Virginia Madsen. È proprio grazie alla sua entrata in scena che il personaggio di Giamatti può finalmente esplodere in tutta la sua uggiosa bellezza.
La regia di Payne non fa altro che mettersi al servizio di uno spartito che tira dritto senza sbavature, conscio della riuscita ambiguità di commedia suonata su accordi tristi. Il suo tratto distintivo sta in quella sensibilità verso le questioni umane che non è affatto comune, ma che è senz’altro fondamentale per la sopravvivenza del cinema hollywoodiano (e non solo) di oggi. Non è un caso se al termine del film si ha come la sensazione di dover ringraziare qualcuno per ciò che abbiamo appena visto. È tutto frutto del nostro inconscio e costante bisogno di confrontarci con le delusioni e le rivincite degli “altri”, per poter comprendere al meglio la continua bellezza e meraviglia insita nella vita umana. È grazie a film come Sideways se riusciamo a sorridere e ad immalinconirci del nostro quotidiano vivere, avendo imparato che la vita, anche quella percorsa ai lati della carreggiata, vale comunque la pena di essere sempre vissuta.
Sideways risulta fuori dai canoni dell’immaginario hollywoodiano. È brillante, malinconico, di un’intelligenza leggera e un po’ svagata, sapido e vellutato al tempo stesso e di spiccia lentezza. Un film di basso profilo, ma di alto contenuto. Un film che, come il vino, va lasciato decantare per apprezzarne le qualità.
Il viaggio di due ragazzi un po’ invecchiati all’interno di una bottiglia che, bicchiere dopo bicchiere, li vedrà accomunarsi soltanto una volta arrivati al fondo incavo e coperto di fecce, nella loro tenera ed umana incapacità di stare al mondo.
Alessandrocon2esse
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