
Tutti per un periodo della nostra vita abbiamo campato di rendita. Per un gesto verso il proprio partner, per la vicinanza in determinato momento a un amico, per dei buoni esami scolastici che influenzano i professori per quelli successivi, per l’ottima riuscita di un lavoro assegnato o, avvicinandoci al motivo di queste parole, per un opera scritta o interpretata in precedenza.
Qualsiasi sia il motivo, questa situazione ha sempre una scadenza, un momento in cui il passato perde la sua efficacia se non rinvigorito da un presente se non ugualmente splendente almeno molto vicino.
Una macchina con dentro il Papa arriva all’entrata dell’ospedale. Ad attenderlo il famoso chirurgo Umberto Castaldi (Carlo Verdone) e suoi aiutanti Corrado Pezzella (Max Tortora), l’anestesista Amedeo Lasalandra (Rocco Pappaleo) e la strumentista Lucia Santilli (Anna Foglietta). I quattro sono uniti nel lavoro quanto nella vita, si frequentano assiduamente e si scambiano, soprattutto contro Lasalandra, scherzi articolati. Ma il risultato delle analisi di routine di uno di loro cambia completamente dinamiche e prospettive.
Uno delle cose che più mi ha colpito è il modo con cui Carlo Verdone ha cercato sino alla fine, di distribuire questo suo ultimo film al cinema. Ci ha provato sino alla fine andando anche contro le semplici dinamiche economiche che avrebbero consigliato la sua apertura in streaming nel momento di massima chiusura. L’averlo distribuito invece, nel momento in cui le tenaglie del lockdown si stavano indubbiamente allentando, manifesta come la decisione, evidentemente sofferta, sia avvenuta solo dopo l’amara constatazione che pubblicizzarlo solo nelle sale, viste le evidenti difficoltà, sarebbe stato controproducente. Questo atteggiamento da parte del regista romano mi ha fatto pensare, a parte il suo, come il nostro, viscerale attaccamento al cinema come luogo fisico, al fatto che una pandemia del genere possa aver accelerato in lui come in tutti noi, quella sensazione di tempo limitato unita alla constatazione che per fare certe cose non si ha più un’infinità di occasioni. Detto questo, che riguarda più una sensazione soggettiva legata a quello che mi ha sempre trasmesso il Verdone uomo, Si vive una volta sola è un film strutturalmente adeguato ma che pecca di una esagerata linearità e soprattutto, di aver aperto troppi temi senza riuscire a sviscerarne pienamente nessuno. La conseguenzialità della trama principale, infatti, avrebbe dovuto consentire l’approfondimento di tutte quelle situazione, che spaziano dall’amore all’amicizia, dal tradimento al tempo che scorre, dall’essere genitore alle delusioni e attese della vita, in maniera più profonda dandone una definizione, seppur personale, più invadente e, perché no, colorita. La sensazione è di un pizzicare un po’ tutto quello che, a seconda di vissuto e scelte, può capitare nelle varie esistenze senza però darne una demarcazione chiara e giustificata. Ecco forse quest’ultimo è il termine giusto. Carlo Verdone, in quasi tutti i suoi film, oltre ad aprire diverse questioni morali gli ha sempre dato una sua visione seppur lasciando gli elementi allo spettatore di decidere secondo coscienza. In si vive una volta sola manca la prima parte e si sente terribilmente.
Come detto lo sviluppo della storia principale è completamente assente di qualsiasi sorpresa essendo sin da subito, ben chiaro come sarebbe andata a finire. E anche se da più campane questo è stato segnalato come uno dei limiti del film, io credo, invece, che sia stata proprio una scelta voluta, un modo per raccontare il viaggio non il porto d’arrivo. Questa specie di vacanza forzata, infatti, ha portato alla luce per i tutti i personaggi, tante piccole questioni aperte che per paura erano state scansate e nascoste e questo a prescindere della motivazione che li ha spinti a farlo. La salvezza di uno è diventata la salvezza tutti, il fare i conti anche con le proprie storture, con i propri fallimenti e soprattutto con i propri limiti.
Pur non essendo, evidentemente, uno dei migliori film di Verdone non credo neanche che sia uno dei peggiori e questo assecondando le sensazioni provate durante la visione. Le risate non sono cosi assidue, legate quasi sempre alle situazioni alla Amici Miei, come in tante altre sue storie, ma nemmeno completamenti assenti e questa anche in considerazione del tentativo scenico e narrativo con il quale si cerca di regalarle. A questo va aggiunto la buona interpretazione generale degli attori protagonisti che ahimè trova il suo anello più debole proprio in Verdone, forzato ed eccessivo in certe manifestazioni come poche altre volte.
La frase si vive una volta sola è molto probabilmente, uno delle più usate dall’uomo e questa soprattutto nei momenti in cui ci si vuole giustificare con se stessi per alcune scelte o azioni. La verità è che nessuno, quasi nessuno, riesce ha vivere assecondando questa filosofia e questo per quell’innata sensazione che ci pervade di avere sempre tempo a disposizione. E’ ovvia che avere una data di scadenza cambia completamente le prospettive riducendo pudore e programmazione che diventa cosi giornaliera se non addirittura oraria. Ma più di questo il film in oggetto ci vuole far riflettere sulle situazioni appese e sull’importanza dei rapporti e dell’avere qualcuno sul quale poter contare. Ora, come detto, non è una rappresentazione indimenticabile, le lacune proprio di gestione dei contenuti sono evidenti, ma qualche buona sensazione te la lascia cosi come il tarlo di pensare per qualche istante a tutto quello che ti gira intorno inteso, come situazioni costruite e, soprattutto da costruire. E questo non è mai poco, e comunque abbastanza per non farmi pensare che quel credito, di cui si diceva all’inizio, sia completamente esaurito.
Jonhdoe1978
Ti è piaciuta la recensione? Seguici anche su Instagram e Facebook























Lascia un commento