
Un intenso gioco di sguardi.
Da una parte c’è lui, Luca Carraro (Jerry Calà) e dall’altra c’è lei, Marina Pinardi (Marina Suma).
Un flashforward di 18 anni dal loro ultimo incontro a Forte dei Marmi, sulle suggestive e struggenti note di Celeste nostalgia di Riccardo Cocciante.
Uno sguardo in cui c’è tutto: nostalgia, reminiscenza, amarezza e rimorso per quel tempo che fu e che non restituirà quanto si è incoscientemente lasciato andare. Un ultimo e prolungato contraddittorio visivo, dove non occorrono parole, poiché le parole hanno lasciato il posto agli adolescenziali ricordi e a quella maledetta sensazione di ciò che poteva essere ed invece non è stato.
Sta tutta qua, in questa ben confezionata e commovente scena, la differenza tra Sapore di mare e tutte le altre commedie di Enrico e Carlo Vanzina. Un crescendo di due minuti e trenta secondi dal forte spessore narrativo, dove a differenza dei precedenti novanta volutamente divertenti e leggiadri, si snida un significativo lavoro di scrittura e di regia che, puntualmente ad ogni passaggio televisivo, è ancora capace di emozionare e scavarsi una piccola nicchia nel cuore dello spettatore.
I Vanzina Brothers, con Carlo alla regia ed Enrico a firmare (come sempre) la sola sceneggiatura, con Sapore di mare raggiungono l’apice della loro carriera e quella “personalità registica” che lentamente sparirà nelle loro successive produzioni, fatta eccezione per il solo cult natalizio Vacanze di Natale…guarda caso uscito nelle sale nello stesso anno.
Una pellicola che, pur nella sua semplicità, ha saputo tracciare un solco indelebile nella cinematografia nostrana, fotografando in poco più di 90’ la malinconia per un’epoca irrimediabilmente perduta, con il suo vortice di amori nati, cresciuti e dissolti nello spazio di poche settimane e verso un’Italia ancora rigogliosa e spensierata, diventando l’antesignano del filone del cinema vacanziero e della sua (de)generazione più odiata e criticata, ovvero il famigerato cinepanettone.
Primo tassello di una trilogia ispirata e a suo modo ineguagliata della post-commedia all’italiana, Sapore di mare è una commedia solo apparentemente superficiale. Molto più profonda ed universale di quanto si potrebbe pensare, fu infatti troppo bistrattata dalla critica che la etichettò come “filmetto”. Ed invece il film dei Vanzina vede la sua forza proprio in quella semplicità e sincerità con cui mette scena, anche ricorrendo a grossolani siparietti, un periodo idilliaco della storia del nostro paese che poteva guardare al futuro con la sicurezza garantita dal miracolo economico italiano degli anni precedenti e con la consapevolezza di avere, nelle sue principali mete turistiche, un porto sicuro in cui attraccare e godersi le gioie della vita e le bellezze della natura, tra personaggi in cui immedesimarsi ed uno spaccato di cultura popolare con i suoi strascichi di amori passeggeri, amicizie, avventure, rimpianti ed un’infinità di intramontabili successi musicali tutti da ricordare.
Permeato da un acuto anelito giovanile, Sapore di mare è un’operazione intelligente che tratta di amore, amarezza, ilarità e ricordi che tessono un passato contraddistinto dall’incontro fra classi sociali diverse, variegate eppure compatibili. Tra vistosi errori di regia e le più grossolane pecche di sceneggiatura fioccano avventure, corse in vespa, pic-nic sotto la pioggia, baci in riva al mare, schitarrate al tramonto e quegli amori “agostiani” che nascono sotto l’ombrellone e si spengono con i primi nuvoloni di Settembre che, chi più o chi meno, ognuno di noi ha vissuto.
Strizzando l’occhio ad American Graffiti di George Lucas, Il laureato di Mike Nichols e Grease di Randal Kleiser, i Vanzina con Sapore di mare danno vita ad un parallelismo tra le varie fasi dell’Estate e le “stagioni” della vita: dall’esuberanza dell’inizio delle vacanze, fino al rientro alla vita di tutti i giorni con l’arrivo dei primi acquazzoni, passando per la piena fioritura della stagione più bella dell’anno (almeno sulla carta). Adolescenza, maturità e mezza età. Aspettative, disillusioni e resa dei conti.
Un “amarcord”, più autoironico che lirico, dal sapore nostalgico che trova un altro suo punto forte nell’universo di personaggi e caratteri discordanti che danno vita alle bravate, i pettegolezzi e le avventure amorose dell’Estate toscana del 1963. Christian De Sica, Isabella Ferrari, Karina Huff, Gianni Ansaldi, Angelo Cannavacciuolo ed i già citati Calà e Suma, sono solo alcuni degli spensierati e non sempre simpatici interpreti di Sapore di mare, pellicola che ha saputo andare oltre l’ostracismo della critica più severa e che negli anni è riuscito a diventare parte integrante della nostra memoria collettiva e testimonianza di un’epoca sfavillante di ciò che fu il “Belpaese”.
Tra tutti spicca, oltre che per ovvi meriti di sceneggiatura, Jerry Calà. L’attore catanese, a parte regalarci lo sguardo più intenso e riuscito della sua lunga carriera nella sopracitata scena finale, ha il merito di aver voluto fortemente prendere parte alla pellicola, avendone intuito l’incredibile potenziale dopo aver letto la sceneggiatura e pur di essere scritturato, arrivò a ridursi drasticamente il compenso…inserendo però sul contratto una clausola per la percentuale sugli incassi totali del film.
Una menzione individuale va tutta a Virna Lisi che, per il ruolo della ricca ed annoiata Adriana Balestra, riuscì a conquistare il David di Donatello e il Nastro d’Argento come Migliore Attrice Non Protagonista.
Sapore di mare non è certamente un film da “5 Stelle”, ma deve la sua immortalità in quelle piccole ma sostanziali diversità che lo differenziano dal restante cinema vanziniano, fatto di sovente volgarità e carenza di contenuti.
La sua sfortuna è quella di somigliare troppo agli incontri e gli amori estivi di cui racconta. Amori che possono durare un’Estate, così come una vita intera. Ma non è questo il caso. In riva al mare è molto più facile raccontarsi qualunque cosa, con la sicurezza di dover prima o poi rientrare al proprio ovile. E quella chiamata tanto promessa sotto la pioggia di fine Estate non è mai arrivata dai Vanzina.
Nemmeno una cartolina.
Alessandrocon2esse
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